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Verso una più rigorosa regolamentazione

Il ruolo delle agenzie di rating

Oltre a una disciplina europea in materia, occorre un approccio globale

di Angelo De Mattia - 13 novembre 2008

Quis custiodiet custodes? Ci voleva una crisi finanziaria epocale per far apparire il re nudo, per aprire finalmente gli occhi sull’insostenibilità della situazione: è benvenuta, dunque, la preannunciata stretta Ue sulle agenzie di rating a condizione che: questa volta si agisca davvero in profondità, ben oltre la decisione del marzo 2006 quando la Commissione, in risposta al Parlamento europeo, sostenne che vi erano, sì, dei problemi, ma che non era necessaria una iniziativa legislativa in materia; si sia consapevoli che questo è solo un aspetto – importantissimo, certamente – della riforma dei controlli finanziari e societari, a livello nazionale e internazionale, che la crisi impone.

Costituite all’inizio del secolo scorso per aiutare creditori e investitori a non impegnarsi in operazioni eccessivamente rischiose – con una scelta coerente con la visione anglossassone dei mercati – le agenzie sono divenute nel tempo titolari di un potere enorme che, in nome di una presunta insindacabilità tecnica, è spesso apparso legibus solutus. E più erano frequenti i riscontri di valutazioni sballate, più quel potere, paradossalmente, si accresceva. Non si rifletteva a sufficienza sulle connessioni tra il “dare il voto” – addirittura con remunerazioni dipendenti dal livello del giudizio dato – e lo svolgere, per la stessa società, compiti di consulenza o altre attività collegate. Una regola elementare, alla base di ogni giurisdizione, secondo la quale non si può liberamente emettere un giudizio se nella materia da giudicare si ha un interesse diretto o indiretto (nella fattispecie, l’incarico di consulenza) è stata per troppo tempo disattesa.

Qualche volta il lavoro per l’attribuzione dei giudizi è stato più simile a quello del cuculo. Fatta la premessa che è essenziale che questi soggetti forniscano costantemente rating indipendenti, oggettivi e della migliore qualità perchè la loro funzione sarebbe vitale per i mercati creditizi e finanziari (comunicazione della Commissione Ue, 2006/c 59/02) poi non se ne traevano coerentemente le conseguenze. Chi non ricorda i rating attribuiti al debito pubblico di diversi Paesi, che, poi, hanno registrato profonde ripercussioni sui mercati? E’ possibile che la politica di finanza pubblica di uno Stato si debba sottoporre al giudizio, denso di riflessi, di agenzie non sufficientemente regolate nè adeguatamente trasparenti, che finiscono con il disporre di un potere superiore a quello degli organi rappresentativi della sovranità popolare? Fa parte un po’ dell’obnubilamento della politica avere consentito questo strapotere, ma anche delle furbizie della piccola politica, quando si è pensato di conferire a queste società anche ben remunerati compiti di consulenza.

E’ stato giusto “costituzionalizzare” questi “valutatori”, dando loro un ruolo importante ai fini dell’assolvimento degli impegni derivanti da Basilea 2? Chi non ricorda, per tralasciare gli scandali USA e rimanere in Italia, i voti eccellenti, dati a Parmalat fino a poco prima che si aprisse il baratro? E il ruolo che alcune agenzie hanno svolto nella messa a punto di prodotti finanziari strutturati? Non è eccessivo ritenere che, senza intrecci e conflitti di interesse, la crisi finanziaria sarebbe stata meno dura. La Ue si sveglia e fa bene. Altro che assoluta libertà di operare per scatenare la concorrenza tra le agenzie della specie, come fino a poco tempo fa si sosteneva (per riflettere sull’enormità di un tale assunto, si provi a immaginare una concorrenza tra collegi di magistrati giudicanti). Dunque, norme per l’accesso di tali agenzie all’operatività, incompatibilità assoluta con altri incarichi – si dovrebbe trattare di soggetti che svolgono la sola attività di emissione dei giudizi, senza alcun collegamento diretto o indiretto con altri compiti – regolamentazione dei profili delle remunerazioni, sanzioni (sospensione, interdizione), pubblicità rigorosa dei criteri in base ai quali le agenzie attribuiscono i voti. I controlli su di esse saranno prevalentemente esercitati dalle autorità di vigilanza sui mercati finanziari (le diverse Consob nazionali).

Non sarebbe stata accolta la tesi francese, che avrebbe voluto, non l’introduzione della rete delle Autorità dei diversi Paesi con un certo raccordo del Cesr, ma l’istituzione di un’Authority europea per la vigilanza sulle agenzia di rating che avrebbe segnato un progresso verso organismi europei unitari di controllo, nella cui direzione sarebbe opportuno muoversi pure nel rilevante settore del credito e del risparmio. Occorrerà, inoltre, fissare tassativi criteri di professionalità, esperienza e onorabilità per coloro che hanno la responsabilità della conduzione delle agenzie in questione. Progredire in una rigorosa regolamentazione significa che, alla fin fine, si vogliano agenzie addomesticate dalla politica o a essa comunque subalterne? Niente affatto. Ciò che va perseguito è una effettiva indipendenza di questi organismi, la cui attività – se viene svolta, come accennato, secondo parametri analiticamente resi pubblici – è, a sua volta, liberamente e motivatamente giudicabile dagli investitori, dagli operatori, dai mercati.

Può bastare una disciplina europea, pur con il superamento di alcuni limiti? E’ un passo necessario, ma non sufficiente. Occorre anche su tale materia un approccio globale. Poiché i problemi del funzionamento delle agenzie sono, del resto, avvertiti diffusamente, a livello internazionale, è da auspicare che uno spazio sia ad esse dedicato anche nella prossima riunione del G20 a Washington.

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