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Il meno imperfetto dei sistemi economici

Il ruolo del capitalismo liberale oggi

7 motivi per dire no allo Stato imprenditore-gestore, a sostegno di uno Stato decisore

di Enrico Cisnetto - 28 settembre 2007

Fa un certo effetto, mentre la “casa” dell’economia italiana “brucia”, vedere personalità eminenti impegnate in un dibattito politico-culturale, quando non ideologico, sul ruolo del capitalismo, sul rapporto tra la società liberale e i soggetti deboli e sulla qualificazione di pensiero “di sinistra” che spetterebbe al liberismo, o se si vuole alla necessità che le forze di sinistra lo facciano proprio. La discussione, qualificata più dal lignaggio dei partecipanti che dalla pregnanza delle tesi esposte, appare del tutto sganciata dalla realtà del Paese, fatta di un declino che si fa ogni giorno tanto più grave quanto più pervicace è il rifiuto di ammetterne l’esistenza. Ma siccome questo è ciò che passa il convento, tanto vale farci i conti, prendendo per buono tutto e lasciando alla dietrologia i sospetti sulle vere finalità dell’uscita “socialdemocratica” di Marchionne (che c’entri il posizionamento politico del “collega” Montezemolo?) o del super-dibattito intorno al libro su “il liberismo è di sinistra” dei sommi sacerdoti del “dio mercato” Alesina e Giavazzi (c’entrano le partite politiche in corso o in preparazione?). Mentre non oso pensare all’esistenza di eventuali “risvolti” nella decisione di Papa Ratzinger di evidenziare le contraddizioni sociali e ambientali della pratica capitalistica.

Dunque, condensando, i temi veri sono due. Primo: il capitalismo (profitto, mercato, ecc.) è davvero la sola forma possibile con cui organizzare efficacemente l’attività economica dell’uomo? Secondo: cadute le ideologie, il liberismo è il pensiero unico del terzo millennio? La mia risposta l’ho articolata più volte in questo spazio, ma provo a riassumere. Uno: il capitalismo rimane il meno imperfetto dei sistemi economici fin qui sperimentati. Due: l’integrazione, favorita dalla globalizzazione, tra l’economia della conoscenza che in Occidente caratterizza la fase post-industriale e l’economia industriale degli ex paesi emergenti (Asia, Europa dell’Est e Sudamerica) rende possibile l’uscita da uno stato di indigenza e ignoranza di miliardi di esseri umani. Tre: la dimensione globale dei mercati pone un serio problema di governance dei processi economici – tanto che ad essi si voglia pensare solo in termini di regole e controlli (come dicono i liberisti rock) o anche di responsabilità di ultima istanza (vedi i liberali non liberisti come il sottoscritto) – per il crescente scarto con le capacità decisionali dei sistemi politici nazionali (nessuno escluso), troppo circoscritti, impotenti e impreparati.

Problema che richiede non solo una riforma (in senso rafforzativo) degli organismi sovranazionali esistenti e/o la creazione di nuovi, ma anche una revisione sul piano concettuale delle funzioni e degli strumenti della democrazia rappresentativa. Quattro: come insegna il caso Cina, la libertà economica non coincide necessariamente con quella politica, anche se è la premessa più efficace per rendere probabile il ricorso a forme di democrazia. Cinque: nella sua forma più moderna il liberalismo è la struttura di pensiero che maggiormente ha contribuito a mettere in pensione i concetti di destra e di sinistra così come li abbiamo conosciuti nel Novecento e vissuti fin qui. Sei: esso, il pensiero liberale, promuove valori e obiettivi – merito, concorrenza, uguaglianza delle opportunità – che presuppongono come strumento fondamentale lo sviluppo economico. Ma la crescita, proprio perchè non è fine a se stessa e presuppone, nelle democrazie, un diffuso consenso sulle scelte necessarie a realizzarla, non può essere il semplice prodotto degli animal spirits che agiscono nel mercato, a sua volta da considerare un “locus artificialis” che richiede sì regole ma anche uno spazio di discrezionalità politica da usarsi in nome dell’interesse generale (che sarà poi premiata o sanzionata dal cittadino elettore, categoria che nella polis precede quella dell’imprenditore, del lavoratore e del consumatore). Sette: tutto questo non significa lo Stato imprenditore o gestore, ma lo Stato decisore in nome della superiore responsabilità politica.

Potrei continuare – manca tutto il ragionamento sul giusto mix tra il pragmatismo post-ideologico (che rifiuta l’approccio liberista proprio perchè ideologico) e i valori di riferimento – ma forse è il caso di dare un’occhiata alla quindicesima Finanziaria di fila priva di coraggio anti-declino.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario