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Gli italiani uguali alla classe dirigenti

Il ritratto di un’Italia immobile

E intanto Prodi ci accompagna al capolinea implorando la “divina provvidenza”

di Davide Giacalone - 19 settembre 2007

Dice Prodi che gli italiani non sono migliori dei loro politici. Ha ragione. Aggiungo che se la classe dirigente non sa essere migliore del Paese che rappresenta diventa inutile, se ne può fare a meno. Può darsi che un qualsiasi mugugnatore da bar sport riterrebbe, come Mastella e Bassolino, che il fine giustifica il mezzo e, pertanto, se ne avesse il potere, si farebbe scarrozzare da aerei, motovedette ed auto di Stato, ma questo non porta a promuovere lo straparlatore, bensì a declassare i suoi identici. E’ ragionevole supporre che in moltissimi vorrebbero avere abitato per anni in una casa pubblica, affittata a poche lire, per poi riscattarla come si fosse inquilini bisognosi, ritrovandosi così con più stanze che idee, ma il Paese in cui ci si tiene la casa anche se chiude la bottega è destinato a finire sotto le proprie macerie.

Per anni ho polemizzato con la vulgata cattocomunista, secondo la quale l’Italia “reale” sarebbe stata migliore di quella “legale”. Quella teoria serviva a reggere il consociativismo ed il corporativismo, la necessità di governare sempre seguendo le indicazioni di comunisti e sindacati, che al governo non sedevano. Ora che occupano quasi tutto, un figlio di quella cultura si compiace dell’assoluta coincidenza nei difetti. Peccato manchino i pregi, come l’operosità e la genialità individuale. Dopo esserci raccontati, per decenni, una storia bugiarda, Prodi ci accompagna al capolinea indicando i santuari, e non la politica, quale speranza di cambiamento. E’ il ritratto dell’Italia immobile, irresponsabile, compiaciuta del fatto che la colpa è di tutti, quindi di nessuno. Attorno a noi, però, il mondo corre. Nelle democrazie concorrenti le classi dirigenti sono scelte dagli elettori e dai mercati, ma selezionando persone che abbiano capacità e qualità superiori alla media. Restando fermi noi andiamo indietro, c’impoveriamo. Siamo ancora ricchi, quindi addormentati, ma non dura ed i primi sintomi di dolore mostrano la faccia feroce della rivolta. Manchiamo di classe dirigente, ma abbondiamo di miracolati al potere, d’incapaci divenuti eletti. C’è da scommettere che non molleranno se non per cause di forza maggiore. Il loro capo dice che gli italiani non sono migliori. Forse non ha presente l’oscuro presagio che questo comporta.

Pubblicato su Libero di mercoledì 19 settembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario