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La pesantezza dell’ingerenza dello Stato

Il ritorno di “costumi” mai abbonati

Il vero discrimine nell’uso dell’intervento statale, riguarda la condotta operativa

di Davide Giacalone - 17 ottobre 2008

Leggo due portentose novità, strillate dai giornali come meritano le cose inattese: lo Stato può intervenire nel mercato economico e si devono dare aiuti pubblici alle imprese, come quelle automobilistiche. E pensare che a me sembrava di vivere in un Paese in cui il mercato è occupato per la gran parte da imprese statali, molte mascherate da società quotate, numerose addirittura municipalizzate. E pensare, inoltre, che a me sembrava di avere già assistito non ricordo quante volte al salvataggio della Fiat, mediante cassa integrazione, rottamazioni, protezione contro i motori diesel, vendita agevolata d’imprese automobilistiche statali, e chi più ne ha più ne metta.

Lo Stato non può tornare nel mercato produttivo italiano, perché non ne è mai uscito. Né possiamo cominciare ad aiutare le imprese, perché non abbiamo mai smesso. Tutto questo ha una storia nobile, che ci ha portato uno sviluppo impetuoso. Ma ha anche una versione ignobile, perché quel sistema è stato poi piegato alle peggiori logiche della partitocrazia, divenendo la protezione d’interessi che con lo sviluppo e la produzione non avevano nulla a che vedere. Ora che i venti gelidi della crisi finanziaria inducono i governi ad allargare la coperta statale, c’è il rischio che qui da noi la palla sia presa al balzo per rilanciare i mai abbandonati cattivi costumi.

Dunque, ripetiamolo: non esistono mercati in cui non sia rilevante il ruolo della politica, sia nella determinazione delle regole che nel favorire investimenti strutturali, la divisione faziosa fra adepti del libero mercato ed appassionati del controllo statale è una depravazione, un residuato del non aver capito molto di quel che succede nel mondo. Le vere distinzioni non sono su quei massimi principi, ma sulla condotta operativa. C’è chi usa l’intervento statale al fine di realizzare opere infrastrutturali, che hanno alti costi, lento ritorno, ma anche un ruolo importante per lo sviluppo complessivo (quindi energia, mobilità, comunicazioni), e chi prende i soldi del contribuente e li usa per far finta di salvare il posto di lavoro di qualche assistente di volo, ma, in realtà, li usa per salvare la faccia del cattivo sindacato, della cattiva politica e del pessimo management. Questo è il discrimine.

www.davidegiacalone.it

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario