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Public Policy

La strategia vincente della Cina ai tempi della crisi

Il risveglio del Drago

Il segnale di un economia forte passa attraverso riforme capillari

di Flaminia Festuccia - 09 aprile 2009

“When the going gets toug, the tougs get going”, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Sarà pure un modo dire abusato e logoro, ma, lasciando da parte le antiche filosofie orientali, sembra essere questa la linea d’azione della Cina ai tempi della crisi.

Molti avevano tirato un sospiro di sollievo leggendo le difficoltà economiche del gigante asiatico come la possibilità di mettere un freno a una crescita impetuosa che da anni minacciava di surclassare i paesi “sviluppati”. Un modo per riaffermare la superiorità degli Stati occidentali, la loro maggiore capacità di coordinare forze e stimoli in vista di un riassetto dei mercati.
br> Ma la Banca Mondiale, in un comunicato di questi ultimi giorni, è di tutt’altro parere: “Una ripresa in Cina - stimolata dai provvedimenti presi dal paese - è probabile che cominci quest"anno e si completi nel 2010, contribuendo potenzialmente alla stabilizzazione della regione e forse alla ripresa”. L’economia cinese potrebbe "espandersi" del 6,5 per cento quest"anno (nonostante un ovvio calo delle esportazione, per la contrazione dei mercati occidentali), continua il rapporto, definendo i segnali di ripresa “un raggio di speranza” che potrà fare da traino per tutta l’economia mondiale. br>
Posizione molto ottimista, ma è certo che la Cina sta reagendo al tracollo sfruttando la debolezza dell’Occidente per espandere la propria influenza. Joshua Kurlanzic, giornalista e analista economico, esperto di mercati asiatici, mette in evidenza come la Cina stia affrontando la crisi con uno spirito espansionistico, creandosi nuovi spazi per dire la sua. br>
Le compagnie cinesi, appoggiate dalle banche che le foraggiano con prestiti agevolati, e aiutate dalla disoccupazione che ha fatto crollare il costo del lavoro, sono alla ricerca di risorse a basso costo. E pagano in contanti, cosa che vince facilmente le iniziali resistenze dei capitalisti occidentali a vendere al “nemico” asiatico.
br> Il passo più clamoroso, però, è stata la proposta di comprare bond del Fondo Monetario Internazionale, per sostenere l’organizzazione e dare nuova linfa alla riserva mondiale.

Un idea che non si realizzerà, ma che, anche rimanendo sulla carta, segnala la volontà cinese di imporsi come giocatore di spicco nel campo mondiale. Anche sul piano politico. I paesi occidentali – prosegue l’analisi – per evitare di alienarsi simpatie e investimenti da Pechino, si stanno mostrando sempre più reticenti nel condannare, o anche solo nel pubblicizzare, le violazioni dei diritti umani e la repressione in Tibet.

Pechino esce dal guscio e si presenta al G21 di Londra con un piano globale, iniziative (come la proposta di acquistare obbligazioni del FMI) audaci e inequivocabili. Senza risparmiare critiche all’assetto del capitalismo occidentale: “Un modello insostenibile” ha dichiarato il premier Wen Jiabao a gennaio “dedito solo alle ceca ricerca del profitto”. Da qui le proposte di maggiori controlli sui mercati finanziari, ricordando che la mancanza di limiti di Wall Street è stata la causa non solo della crisi attuale, ma anche della grande crisi asiatica della fine degli anni Novanta.

Non manca il lato in qualche modo oscuro di questo nuovo protagonismo cinese. Nessuna intenzione di cedere sul rispetto dei diritti umani e la pena di morte, tanto meno sull’indipendenza del Tibet. E nemmeno il proposito di interrompere i legami con gli “stati canaglia”. Anzi, ha appena concluso un accordo da tre miliardi di dollari per una fornitura di gas naturale con l"Iran.

E rimane la sfida di riuscire ad esprimere una politica forte nei confronti dell’occidente, di intervenire da protagonista nei grandi summit internazionali, senza perdere d’occhio i problemi interni, e soprattutto senza far prendere piede a idee nazionaliste che potrebbero distruggere la fiducia faticosamente costruita presso gli stati vicini.

Ma la Cina non sembra toccata dai rischi di questa politica. E in un momento in cui in tutto il mondo gli stati assistenziali vacillano, ha appena varato una riforma che nell’arco di vent’anni garantirà l’assistenza sanitaria gratuita per tutti. Solo per i primi tre anni la Cina spenderà 85 miliardi di yen, oltre 90 miliardi di euro per costruire una prima impalcatura del sistema.

Il segnale di un economia forte, con un risvolto non indifferente: liberando dalla schiavitù del risparmio per le cure mediche fasce sempre più ampie di popolazione, si apre in prospettiva un mercato interno immenso. Che in un momento di crisi delle esportazioni sembra la mossa vincente.

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