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Public Policy

I debiti della Pubblica Amministrazione

Il rischio sforamento

Per il governo che verrà: riforme vere e vendite di patrimonio per mantenere il deficit sotto il 3%

di Enrico Cisnetto - 08 aprile 2013

Ammesso, e non concesso, che il decreto varato ieri non nasconda trappole nei dettagli e abbia la strada spianata nel suo iter parlamentare, in 12 mesi – dunque, nel 2014 – saranno rimborsati 40 dei circa 150 miliardi di debiti che le pubbliche amministrazioni hanno nei confronti delle imprese. Dunque, poco più di un quarto di quanto dovuto. E sì, perché come testimonia lo stesso studio di Bankitalia che ha stimato il debito “occulto” in 91 miliardi – perché queste cifre non le fornisca la Ragioneria rimane un mistero glorioso – in quel calcolo non sono comprese le forniture agli enti pubblici sanitari (in alcune regioni, come la Calabria, la contabilità della sanità, è orale…) e quelli forniti da imprese sotto i 20 dipendenti.

Cercando di stimare anche le due voci mancanti, la Cgia di Mestre è arrivata a ipotizzare 136 miliardi, ma proprio per la precaria situazione della sanità è assai probabile che si tratti un calcolo per difetto. Ma ciò che più preoccupa è l’asserzione di Monti secondo cui “sbaglia chi dice che il pagamento dei debiti si sarebbe potuto fare nell’autunno scorso”, perché in quel momento “non era ancora stato modificato a livello Ue il nuovo spazio di intervento e di equilibrio del bilancio italiano”, e quindi “avremmo superato il 3% di deficit-pil”. Siccome, modestamente, sono tra quelli che lo hanno detto, mi permetto sommessamente di osservare che anche ora corriamo lo stesso rischio, che diventa una certezza se consideriamo anche la restante parte del debito che, come dice la Ue per bocca dell’italiano Tajani, in 24-36 mesi dovrà essere completamente azzerato. Sicché è evidente che questa, come altre manovre volte a rimettere un po’ di benzina nel motore grippato della economia, non possono che essere finanziate da un taglio della spesa e/o da una cessione di patrimonio. Ed è proprio queste su questi due fronti che è inciampato Monti e il suo governo. Nel primo caso ha messo in scena per l’ennesima volta l’inutile teatrino della spending review, senza capire (o non volendo capire) che è ben altra cosa rispetto alle riforme strutturali da cui discendono anche risparmi di spesa. Nel caso del patrimonio pubblico, ha del tutto ignorato l’uso che se ne poteva (e se ne può) fare sia per abbattere il debito – manovra ben più importante e per nulla recessiva rispetto a quella finalizzata alla riduzione del deficit corrente – sia per ricavare risorse per la crescita (comprese quelle per azzerare i debiti occulti verso le imprese).

Il fatto è che la nostra politica, tecnici compresi, ha la cattiva abitudine di evocare temi anziché risolvere problemi. Adesso, per esempio, si (ri)parla di superare il bicameralismo perfetto trasformare il Senato in camera delle autonomie. Bene. Ma come si fa a infilarsi in una riforma costituzionale del genere senza aver preventivamente cambiato, semplificandole, le autonomie stesse? E come si fa a toccare le Province (ammesso e non concesso che si riesca) senza aver ragionato sulla riduzione del numero e delle deleghe delle Regioni e sull’accorpamento dei Comuni stabilendo che devono avere un minimo di 5 mila abitanti? E, ancora, come si può rivedere il decentramento senza aver completamente ripensato l’assetto della nostra sanità, il cui costo negli 20 anni è più che raddoppiato, partendo dal presupposto che è fallito il passaggio delle competenze alle Regioni? Certo, ci vorrebbe un governo…e un’Assemblea Costituente.

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