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Riprendiamo la strada dello sviluppo

Il ricordo di Marco Biagi

Tre buone ragioni per riformare le pensioni

di Enrico Cisnetto - 20 marzo 2009

Il miglior modo di ricordare Marco Biagi a sette anni dal suo assassinio è chiedersi cosa ci direbbe oggi se fosse ancora con noi. Sarebbe tra quei realisti che vengono definiti pessimisti perché sottolineano come la recessione importata si saldi con il declino tutto italiano degli ultimi tre lustri? O militerebbe nel partito di coloro che credono che la crisi si possa esorcizzare sorridendo? E come giudicherebbe il percorso fin qui avuto dalle riforme strutturali, a cominciare da quella del mercato del lavoro cui ha dedicato la vita? A chi darebbe, se la darebbe, la patente di autentico riformista quale lui indubbiamente era? E in particolare, condividerebbe la tesi, oggi prevalente nel governo e silenziosamente benedetta dall’opposizione, secondo la quale in tempi di crisi gravi occorre evitare di fare interventi strutturali perché questo “aggiungerebbe insicurezza a insicurezza”? L’unico che, fuor di retorica, si è posto di fronte al ricordo di Biagi con questo animo interrogativo è stato uno dei suoi amici più stretti, Maurizio Sacconi.

Alla relazione annuale sullo stato dell’Inps – a proposito: i più vivi complimenti al presidente-commissario Antonio Mastrapasqua per il lavoro straordinario in termini di efficienza svolto nei suoi primi 200 giorni – il ministro del Welfare si è chiesto con sincera angoscia se quel suo no alla riforma delle pensioni oggi, palesemente in contraddizione con se stesso, sarebbe capita e approvata da Biagi oppure no. Naturalmente Sacconi si è risposto che confidava di sì, che Marco avrebbe compreso il tormento di un riformista che per il bene del Paese negava ciò che fino a ieri aveva sostenuto con grande convinzione.

Assistevo a quella cerimonia, mercoledì alla Camera, e confesso che – conoscendo bene Biagi e benissimo Sacconi – ho automaticamente scosso la testa in segno di disapprovazione. Per carità, caro Maurizio, non posso e non voglio ergermi a interprete autentico di Marco – tu hai molti più titoli di me – tuttavia penso che ti avrebbe compreso ma non approvato. Prima di tutto perché, come ha ben scritto ieri questo giornale in uno dei suoi editoriali, se si guardano bene le cifre fornite dall’Inps si vede che ben il 30% dei 267 miliardi di entrate che l’istituto previdenziale ha avuto nel 2008 sono trasferimenti dello Stato. Dunque quasi 80 miliardi – di cui 40 di oneri pensionistici, oltre 15 per gli invalidi civili e quasi altrettanti di oneri sociali – rappresentano lo sbilancio del nostro sistema previdenziale, niente affatto in equilibrio. Stiamo parlando di oltre il 5% del pil, e anche volendo depurare questa cifra delle voci relative all’assistenza, siamo comunque al 3% del pil.

Valore a cui andrebbe comunque aggiunta quella parte degli oneri sul debito pubblico pagati in più (spread sui bund tedeschi) per effetto del fatto che i mercati considerano debito anche i trasferimenti a copertura delle prestazioni pensionistiche e sul quel debito valutano il rischio-paese.

Dunque noi potremo considerare in equilibrio il nostro sistema previdenziale solo quando questi trasferimenti dal bilancio dello Stato venissero a cessare, e ciò può accadere solo se si facesse una riforma tesa ad aumentare in misura significativa l’età reale di pensionamento, se si rendesse davvero automatica la revisione dei coefficienti di rivalutazione e se si attuasse in via definitiva e completa il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Cioè proprio quello che Sacconi ora non vuol fare, con ciò consacrando le pensioni al ruolo di ammortizzare sociale che in Italia hanno sempre avuto e in conseguenza del quale ci sono costate e ci costano così tanto, a tutto danno dello sviluppo economico.

Ma Biagi, io credo, sarebbe oggi come ieri favorevole a completare la riforma delle pensioni per altri tre motivi fondamentali.
Primo: perché non è vero che non esiste il consenso popolare intorno a questa tema, come dimostra il fatto che oggi chi può scegliere opta per continuare a lavorare. E comunque perché una classe dirigente degna di questo nome, specie se eletta con largo consenso, dovrebbe sapersi assumere certe responsabilità.
Secondo: perché non è vero che fare le riforme strutturali – questa come altre – in tempo di crisi aumenta l’insicurezza. Anzi, dare la dimostrazione di saper fare scelte epocali infonderebbe maggiore fiducia negli italiani poco avvezzi a vedere la classe politica decisionista.
Terzo: perché da una vera riforma delle pensioni deriverebbe una grande quantità di risorse – anche nel breve, perché si potrebbe aumentare il debito senza contraccolpi di mercato – per fronteggiare la recessione e riprendere la strada dello sviluppo. E a Biagi, sono sicuro, tra la pace sociale da sviluppo e quella da immobilismo, non avrebbe dubbi.

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