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Public Policy

Un tesoro e una tassa occulta: evasione e corruzione

Il re è definitivamente nudo

È il momento di intervenire per rivedere e riformare

di Angelo De Mattia - 26 giugno 2009

Un tesoro e una tassa occulta: evasione e corruzione. Il tesoro viene giudicato nascosto, ma di esso tutti sanno e ab immemorabili. E, tuttavia, induce a concludere che il re è definitivamente nudo ascoltare, ieri, il Procuratore generale della Corte dei Conti, nel giudizio sul rendiconto generale dello Stato, fare riferimento a questo tesoro e quantificarlo in 100 miliardi annui, come si può ricavare dalla stima dell’economia sommersa nel 18 per cento del pil (in passato, le stime sono arrivate addirittura fino al 20-25 per cento del prodotto).

Acquisita allo Stato questa somma, renderebbe possibile ridurre significativamente la pressione fiscale e accrescere la spesa in conto capitale per il rilancio dell’economia: anche questo lo si sa diffusamente e da tempo. Ma suona in modo diverso se è il Procuratore generale della Corte, organo di controllo neutrale e indipendente, a dirlo e per di più in sede di giudizio sulla parificazione del rendiconto dello Stato, quando cioè viene valutata la correttezza di quest’ultimo documento.

Mentre ci si arrovella sul modo in cui garantire, in una fase di crisi dell’economia finanziaria e reale, l’equità e la coesione sociale, mentre si profilano condizioni dure per il prossimo autunno, soprattutto per l’occupazione, le parole del Procuratore generale potrebbero bastare per farci concludere che ormai è intollerabile convivere con il descritto livello di evasione tributaria e che, quindi, occorre contrastrarla con una lotta – intelligente, costante, senza risparmio di mezzi – perché essa costituisce un incommensurabile danno economico, sociale, morale, istituzionale.

La prima forma di equità da assicurare consisterebbe oggi nella messa in campo di iniziative straordinarie contro le pratiche di evasione e di elusione. Non si tratta, certamente, di un’opera facile, considerato il groviglio di problemi – non solo economici e giuridici, ma anche sociali – che il sommerso reca con sé e le altrettanto aspre difficoltà da superare per assicurare l’emersione. Tuttavia, più che evocare lo scetticismo per il recupero all’erario delle aree di evasione, come ha fatto anche il Procuratore generale per un attimo cedendo all’enfatizzazione di un pur necessario realismo, è il momento di pretendere, subito, segnali concreti di innalzamento del livello di contrasto del fenomeno in questione e di abbandono definitivo di pratiche condonistiche, che allentano la certezza del diritto e sospingono all’evasione nel presupposto che sopravverranno poi altri provvedimenti di condono.

E ciò vale per il modo in cui, in questi giorni, si starebbe progettando lo scudo fiscale ter per il rimpatrio dei capitali investiti nei paradisi fiscali: una misura che può essere opportuna, ma che deve prevedere un’adeguata tassazione nonché la destinazione specifica degli importi rimpatriati e va integrata con una rigorosissima disciplina sanzionatoria che decorra dal periodo successivo al rientro delle somme.

Ma non è affatto estesamente noto che la corruzione all’interno della pubblica amministrazione sia arrivata a costare tra i 50 e i 60 miliardi annui, una sorta di imposta immorale e occulta pagata dai cittadini. Un fenomeno, come afferma il Procuratore generale, talmente rilevante da far temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico anche oltre questa stima, effettuata dal Servizio anticorruzione e trasparenza del Ministero della Funzione pubblica.

Il pretium sceleris rappresenta, nel complesso, gli importi che sarebbero sufficienti per almeno 3 leggi finanziarie. Si pone, dunque, una questione di portata straordinaria. E’ vero: la stima anzidetta potrebbe pure essere messa in discussione, ma sarebbe pressoché impossibile ridimensionare nettamente il fenomeno.

Sarebbe, tuttavia, gravemente errato generalizzare, magari demagogicamente, e ipotizzare subito, senza ulteriori analisi, una nuova tangentopoli oppure cedere a un’opposizione tra “pubblico” e “privato”, nella quale i vizi stanno nel primo e le virtù (anche della vittima) nel secondo. Così come, utilizzando maldestramente Tacito (corruptissima in republica plurimae leges) sarebbe improprio sostenere che non sono necessarie leggi. Non bisogna dimenticare la stragrande maggioranza degli impiegati pubblici che svolgono puntualmente e onestamente il proprio lavoro.

Eppure, l’allarme lanciato deve fare riflettere, agire e intervenire per rivedere e riformare. Non solo nel rafforzamento dei controlli e nell’irrobustimento della trasparenza, ma anche nel modello organizzativo della pubblica amministrazione, nei processi lavorativi e decisionali, nelle strutture e nella normativa che le regola, nella valorizzazione della professionalità e della dedizione degli addetti.

Proseguendo nel percorso intrapreso dal Ministro Brunetta, sono ora le funzioni che vanno riviste nelle diverse strutture, nelle quali dovrebbero imperare la programmazione strategica e operativa delle attività, il controllo di gestione e, a consuntivo, il controllo dei risultati. Fondamentale è la disciplina, la visibilità e il controllo del rapporto con l’utenza. La progettata Commissione di vigilanza, in luogo della originaria ipotesi di una Authority della pubblica amministrazione, darà risultati concreti in questo campo?

Nell’anno in cui il pil cala decisamente – il Governatore Draghi ha detto ieri che se la situazione non si aggrava il pil si ridurrà del 5 per cento nel 2009 – sarebbe inumano continuare a dover sopportare, da parte della collettività, la tassa occulta di 60 miliardi. Ieri, in effetti, a ben vedere, la Corte dei Conti ha presentato in controluce, a chiunque sappia trarne le naturali inferenze, un vero programma di politica economica e di finanza pubblica.

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