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Una piaga annosa che non si vuol sanare

Il “pubblico” e la falsa concorrenza

Avviate indagini dell’antitrust su agroalimentare, sanità e trasporto locale

di Paolo Bozzacchi - 06 luglio 2005

Un treno che rallenta per fermarsi alla stazione. Sembra questa la fotografia del cammino dei servizi pubblici in Italia.

Sempre più cari, sottratti al confronto competitivo, spesso troppo legati alle vicende elettorali, viaggiano a passo d’uomo su un binario sotterraneo ed emergono di rado sulle pagine dei giornali.

L’ultima vicenda legata ai servizi pubblici ha riguardato il settore trasporti, con lo slittamento dell’asta per l’acquisto dei treni ad alta velocità- annunciata come imminente dal presidente Fs Elio Catania - motivato dal ritardo dell’azienda nella definizione delle specifiche caratteristiche dei convogli da utilizzare. Risultato? Sulle nuove tratte Roma-Napoli e Torino-Novara, in servizio dal prossimo 12 dicembre, viaggeranno treni vecchi per almeno altri tre-quattro anni.

Un esempio paradigmatico dello stato comatoso dei servizi pubblici nel nostro paese. Giusto per dare un’idea delle condizioni in cui versa il malato, si pensi che l’Antitrust guidata da Antonio Catricalà ha avviato indagini nei settori dell’agroalimentare, della sanità e del trasporto locale, convinto che la concorrenza sia ancora insufficiente e i costi per i cittadini fuori controllo. Sotto la lente i ricarichi eccessivi sui prezzi di frutta e verdura (carote, ciliegie, patate in testa), troppo spesso giustificati dal mutamento delle condizioni climatiche e dai troppi passaggi di mano tra produttore e consumatore. Così come i farmaci da banco, ancora assai poco presenti sugli scaffali dei supermercati e di negozi diversi dalle farmacie.

Dubbi anche sui rapporti tra le Asl pubbliche e tra le stesse Asl e i privati, che hanno dato vita (forse), a prezzi gonfiati per macchinari, materiale ospedaliero e ricoveri, oltre che a situazioni di debolezza competitiva.

Lo stesso settore dei trasporti non è privo di luci e ombre. Specialmente a livello locale, dove la governance pubblica è ancora più forte che quella nazionale, e le norme possono sforare verso il protezionismo più spinto, gli sprechi abbondano a discapito della qualità delle prestazioni offerte. Non sorprendano, quindi, gli sguardi sgomenti dei cittadini senz’auto di fronte alla rara comparsa di un autobus, un tram, o un vagone della metropolitana nuovi di zecca.

Ma al di là delle indagini conoscitive dell’Antitrust, senza dubbio apprezzabili, basta allargare il giro d’orizzonte per rendersi conto che i nei del sistema risiedono anche altrove.

Settori principe della falsa concorrenza rimangono, infatti, quelli dell’energia e del gas. Formalmente liberalizzati da tempo, continuano a nascondere veri e propri regimi di monopolio, che non fanno altro che rincarare i prezzi. Le bollette italiane rimangono tra le più care d’Europa, anche se il prezzo dell’energia elettrica ha subito un calo del 15% negli ultimi otto anni. Tra tutti i problemi elencati, questo sembra però di recente essere stato preso a cuore dal governo, che con il Ministro Scajola ha promesso che l’Italia dell’energia non dipenderà più dal petrolio entro il 2010. Magari non sarà così, ma almeno parlare di scelte concrete come il possibile ritorno al nucleare, di certo non guasta. Nel settore energia, ad ogni modo, urge dotare le Autorità di controllo di effettivi strumenti che consentano l’allargamento del mercato, di fatto in mano ad Eni ed Enel da decenni. Solo così sarebbe possibile iniziare a parlare plausibilmente di concorrenza. Di fatto le liberalizzazioni dei servizi pubblici hanno segnato il passo. E senza una vera e propria rincorsa da parte del governo verso aperture concrete dei mercati, la salita comincia a sembrare troppo ripida. Di certo non bastano più le pompose quanto tattiche inaugurazioni nel mezzo di campagne elettorali.

Occorre che anche nei servizi essenziali entrino massicciamente i privati. Lo testimoniano le direttive europee già in vigore, che prevedono tre tipi di soluzioni: società miste, concessione totale ai privati e il modello “in house” interamente pubblico, non percorribile per l’impossibilità dell’affidamento dei servizi stessi a società di capitali.

D’altronde se il funzionamento e la qualità dei servizi pubblici risultano essenziali per qualificare come civile un Paese, l’Italia farà bene a rimettersi in carreggiata prima di superare il livello di guardia.

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