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Dobbiamo uscire al più presto dalla stagnazione

Il programma del nuovo governatore

Draghi può ridare credibilità a Bankitalia e far crescere il nostro ruolo in Europa

di Alessandra Servidori - 18 gennaio 2006

Il professor Mario Draghi, il nono Governatore della Banca d’Italia, si è messo al lavoro: stile asciutto ed essenziale, lontano dalle telecamere e dai riflettori l’illustre civil servant impegnato in prestigiosi incarichi internazionali e italiani, che ha il difficile compito di ridare credibilità al nostro Paese, ha scandito il suo programma. Unire rigore nei conti pubblici, efficienza nella gestione, visione del futuro, spinta verso le innovazioni, coerenza nei comportamenti, forte senso delle istituzioni: questa, in buona sostanza, la bussola di riferimento per governare l’economia in condizioni francamente precarie e complesse, dando una spinta robusta alla fiducia nella ripresa saldamente ancorata all’etica.

L’agenda del successore di Antonio Fazio è densa di priorità: dalla riforma dell’Istituto, al contratto degli oltre 8mila dipendenti della Banca d’Italia, ai prossimi appuntamenti nel contesto europeo. Il tasso di sviluppo europeo è infatti molto difforme e si contraddistingue in tre gruppi: 3-5% Irlanda, Spagna, Portogallo, Finlandia, Grecia; 2-2, 5% Francia, Svezia, Olanda, Danimarca, Regno Unito, e infine due paesi con crescita media inferiore all’1, 5%: la Germania e l’Italia. Il Patto di stabilità e di crescita comunitario che i 25 paesi sono chiamati a rivedere pare ormai inevitabile. Draghi più volte si è espresso in tal senso optando per regole fiscali stringenti per quanto concerne sia il deficit sia il debito pubblico, poiché sono essenziali per la stessa sopravivenza dell’Unione. Fondamentale infatti che il Patto sia emendato adottando come si è più volte sottolineato nel negoziato di Maastricht, come grandezza di riferimento quella del bilancio aggiustato per il ciclo economico, ed eliminando l’ipotesi totalmente non credibile delle sanzioni.

La nuova Commissione insediata può ridare slancio al processo decisionale comunitario anche con l’aiuto essenziale del nostro Paese e con un orientamento fortemente condiviso delle istituzioni economiche e bancarie. Alcuni dei problemi che affliggono la Ue sono tipicamente nostri, nel senso che, per quanto i singoli paesi possano fare, essi possono essere affrontati solo con decisioni comuni. Le politiche del welfare che comprendono la struttura dei sistemi pensionistici, dei sussidi di disoccupazione, dei servizi della sanità pubblica, sono continuamente soggetti a revisione nella prospettiva della loro compatibilità con il bilancio pubblico o della loro efficacia dal punto di vista sociale, ma non vengono mai portate a sintesi nel dibattito comunitario non consentendo una maggiore mobilità del lavoro, soprattutto attraverso ostacoli culturali e istituzionali.

Le priorità politiche italiane dovranno contemplare una capacità di svolta dell’Italia nell’Unione europea. Da un modello che protegge una società di vecchi fondato su poco lavoro, molte tasse e spese sociali, è necessario passare ad un modello che incoraggia i giovani, basato su più lavoro per tutti accantonando la perdente idea francese delle 35 ore; un modello fondato su maggiore crescita, meno tasse, minor spesa sociale e maggiori investimenti in istruzione, ricerca, tecnologia, difesa, infrastrutture. E’ questa – ha più volte ribadito Draghi – un’Europa forte, dinamica, capace di accogliere e di crescere, ed è fondamentale in questa Europa il ruolo dell’Italia.

Pubblicato sull’Avanti del 17 gennaio 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario