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Un maxi-fondo sovrano per l’Eurolandia

Il “proclama di Annecy”

Il piano Sarkozy e il piano Tremonti, due proposte innovative per rilanciare l’economia

di Enrico Cisnetto - 29 ottobre 2008

C’è qualcosa di nuovo in Europa, anzi di antico. Il “proclama di Annecy”, la località in Alta Savoia da cui il presidente francese Sarkozy ha annunciato due giorni fa un piano di stimoli all’economia e la creazione di un maxi-fondo sovrano, ricorda più da vicino il “vecchio” Iri di Alberto Beneduce piuttosto che i vari fondi statali di oggi. Il “fondo Sarkozy”, infatti, è difensivo e non aggressivo, mirando a sostenere i “campioni nazionali” piuttosto che a fare acquisizioni all’estero. Mentre i vari Temasek (Singapore), Cdb (Cina), Qia (Emirato del Qatar) che in questi ultimi anni hanno messo le mani su pacchetti consistenti di azioni dei più grandi gruppi bancari (ma non solo) occidentali, hanno come principale obiettivo quello di differenziare all’estero i proventi di risorse interne spesso legate alle commodities e alle risorse energetiche (quelli che una volta si chiamavano petrodollari). Dunque, più che gli Emirati, il piano Sarkò ricorda molto da vicino quello a cui stanno pensando il ministro Tremonti e il premier Berlusconi: uno strumento gestito dalla Cassa Depositi e Prestiti, sotto il controllo del Parlamento, per dare al Governo il potere di coordinamento sulle imprese in difficoltà ed evitare che esse finiscano in mani straniere.

Il quale progetto, a sua volta, si rifà quasi interamente all’Istituto per la Ricostruzione Industriale fondato a Roma nel 1933 da Beneduce e Menichella. Forse, allora, questa è l’occasione buona per riflettere in maniera non ideologica su quello che fu davvero l’Iri, nonostante alcuni eccessi e sviluppi deteriori di quel modello (i boiardi di Stato e il combinato disposto della socializzazione degli oneri e della privatizzazione dei profitti, tipici della sua ultima fase). Per molto tempo, infatti, esso rappresentò un unicum apprezzato e studiato all’estero. Il “sistema Beneduce” aveva il fine di salvare il sistema bancario e industriale italiano paralizzato dalla crisi, prevedeva la separazione fra banca e imprese industriali, con la partecipazione diretta dello stato al capitale di controllo delle imprese (che sarebbero però rimaste società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato). La gestione di esse era improntata a un criterio rigidamente privatistico di efficienza regolata dal mercato. Inoltre lo Stato si riservava un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, ma non di gestione diretta: infatti, non si trattava di un processo di nazionalizzazione, ma di una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese, o, in qualche caso, alla creazione di nuove attività con cui i privati stentavano a misurarsi.

Come nel “piano Sarkozy”, l’Iri aveva inoltre accesso al risparmio privato tramite l’emissione di obbligazioni. Ma, accertate le somiglianze, è bene dire che il progetto francese è oggi innovativo soprattutto perché prevede di costituire in tutta Eurolandia una serie di fondi gemelli che dovrebbero coordinarsi in chiave difensiva verso l’estero. Questo è il punto che lo ha reso subito indigesto alla Germania. Sulla carta, il no tedesco sarebbe motivato dalla contrarietà di questo piano ai diktat di Maastricht su libera circolazione e libertà di stabilimento. In realtà, a Berlino non piace assolutamente l’iper-attivismo dell’Eliseo, deciso a dotare l’anarchica Europa di un “supergoverno economico” fuori dagli schemi comunitari formali al cui vertice ci sono la Commissione e la Bce. Ma il “nein, danke” di Berlino dispiace molto, perché quella francese è la più intelligente proposta neo-keynesiana arrivata in tempi recenti da una capitale Ue. Proposta che affronta senza ipocrisie la sfida dimensionale a cui le decotte economie nazionali del Vecchio Continente sono sottoposte da almeno un ventennio.

E’ inutile e dannoso continuare a pensare in termini di interessi e di campioni nazionali, se – Italia per prima – non ci rendiamo conto che la sfida è quella di creare dei player in grado di confrontarsi sugli scenari globali. La ricetta – l’unica – è quella di creare dunque “più mercato” e “più Stato”. Più mercato nel senso di allargare la concorrenza, proseguire nelle privatizzazioni e liberalizzazioni, aumentare la tutela del risparmio e la trasparenza degli scambi con regole più stringenti. Più Stato, nel senso di più Europa. Un’Europa che deve essere intesa non solo come “buco nero” delle in-decisioni, come regolatore sovranazionale non calato nel locale, ma che deve diventare un grande centro propulsore di strategie e politiche (economiche) verso l’interno, e al contempo attore in grado di poter contare di più nella riscrittura della governance globale, punto quest’ultimo su cui è evidente la necessità nel momento in cui lo stesso paradigma del capitalismo internazionale deve darsi nuove regole del gioco.

Ben vengano dunque il piano Sarkozy e il suo “gemello” piano Tremonti. E speriamo che riescano a vincere il neo-euroscetticismo della Germania: di certo, da parte francese si insisterà non poco, in sede del prossimo vertice Ue del 7 novembre e del G20 di Washington del 15 novembre. Ma, comunque vada a finire, è bene sapere che, per trovare le radici di queste “innovative” proposte, più che a Singapore o a Dubai, tocca guardare all’Italia degli anni Trenta, e a quella del boom economico.

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