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Per risollevare le sorti della Rai, bisogna venderla

Il problema non è la pubblicità

Un’azienda lottizzata non garantisce un servizio culturale efficiente. Impariamo dalla storia

di Davide Giacalone - 19 marzo 2009

La proposta di togliere la pubblicità da una rete Rai, in modo da affrancarla dalla schiavitù dell’audience e restituirle l’occasione della qualità, è stata formulata da un ministro. Sandro Bondi, lo sanno tutti. Ma la notizia è imprecisa, perché fu Oscar Mammì, nel 1987. La contropartita immaginata consisteva nell’obbligo, per Fininvest (il nome originario di Mediaset) di cedere una delle sue tre reti. La proposta fu bocciata dai comunisti, per bocca di Veltroni (Natta avrebbe voluto ragionarci). Berlusconi, allora solo imprenditore, non vestì di certo a lutto.

Le cose presero una piega diversa, al governo arrivò il segretario della Dc, capo della sua sinistra, De Mita, e, con il contributo attivo del Pci, si stabilì che ciascuno si sarebbe tenuto le reti che aveva, con la pubblicità, mentre chi aveva giornali non poteva entrare in televisione. Il “nemico”, allora, era Agnelli. La storia è diabolica, per questo alcuni la falsificano e molti non la studiano.

Ora la cosa riciccia a babbo morto, in un mercato post-duopolistico, tale anche perché quella legge non è mai stata applicata. Sottoposta, semmai, ad un calvario giudiziario dal quale emerse immacolata, ma oramai demolita. Ha un senso, nel mercato attuale e nel corso della digitalizzazione, parlare ancora di una rete senza pubblicità?

Posto che si tratta di cosa ben diversa da quella di allora, la riposta richiede di mettere meglio a fuoco la domanda. Se ci si ostina a non cambiare la Rai, si deve trovarle delle specificità, qualcosa che giustifichi il fiume di denaro pubblico che da quelle parti viene quotidianamente incenerito. Diminuire la pubblicità, interrompere meno o per niente le veltroniane emozioni, può essere una strada. Limitata, però, perché nel mondo del digitale, prossimo venturo, è lo spettatore che sceglie i contenuti e, quindi, rivoluziona anche il mercato della pubblicità.

Del resto, se ad un canale si toglie la pubblicità, delle due l’una: o la si aumenta sugli altri o (il cielo non voglia) si danno più soldi. Concordo con chi vuole toglierli ai baracconi falso-culturali, elargitori di serate per razza cafona e non pagante, ma non per darli al principe dei baracconi. Detto in breve: da molti anni, e per il futuro, non si sente il bisogno della Rai. Più che toglierle la pubblicità, va venduta.

Pubblicato su Libero di giovedì 19 marzo

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