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I 150 euro degli insegnanti

Il problema non è affatto risolto

Un pasticcio che nasce con Berlusconi, prosegue con Monti e infine, con Letta, Saccomanni e Carrozza ha il sapore dell'accordo da osteria

di Davide Giacalone - 09 gennaio 2014

I docenti cui furono pagati gli scatti d’anzianità arretrati non dovranno restituirli. Caso risolto? Manco per niente, perché mette in evidenza un dramma che, semmai, si complica.

Il ministero dell’economia aveva messo in moto la macchina della restituzione, in esecuzione di quanto deciso dal governo stesso con il Dpr 122 del 4 settembre 2013. A fronte delle proteste del ministro dell’istruzione aveva risposto a muso duro: se volete evitarlo trovate le coperture. Risposta non ragionevole, perché non si può mica derogare a una regola sol perché si trovano altri risparmi (semmai li si somma ai previsti). Comunque: quale copertura è stata trovata?

L’originaria posticipazione (si chiamò: congelamento) degli scatti risale alla legge finanziaria del 2010 (governo Berlusconi). Il che già dice quanto sia errato raccontare che le misure emergenziali nascano solo a partire dal novembre 2011, vale a dire dall’arrivo del governo Monti. Da allora a oggi altri paesi in difficoltà con i conti pubblici hanno proceduto a tagli considerevoli, sia degli stipendi che dei dipendenti. Tali politiche danno i loro frutti, visto che, a dispetto di ogni altra evidenza, il debitore pubblico spagnolo è considerato più affidabile del collega italiano.

Fra la finanziaria del 2010 e il Dpr del 2013 (il Decreto presidente della Repubblica, è la forma dei regolamenti governativi, governante Letta), c’è un accordo, sottoscritto nel marzo del 2012 (governo Monti), che prevedeva, appunto, il recupero di quegli scatti arretrati. Il punto è: quando è stato approntato il regolamento 2013 al ministero dell’istruzione non si accorsero di quel che prevedeva? Passi per il ministro, che può non essere un esperto in pandette, ma dov’erano il capo di gabinetto, il capo dell’ufficio legislativo e i loro collaboratori? Sia che non se ne resero conto, sia che non avvertirono il ministro, dovrebbero essere licenziati. Se lo fecero, invece, è il ministro che dovrebbe subire quella sorte. Le parole di Saccomanni, ancora ieri, raccontano di un totale disfacimento del coordinamento all’interno del governo. E’ questione di primaria importanza, perché il collasso dell’amministrazione pubblica, che porta con sé lo sconquasso della legislazione governativa e della contabilità pubblica (memorabile il balletto sull’Imu), tutti annegando nelle sabbie mobili di leggi, regolamenti e decreti che si moltiplicano all’infinito e creano infinita incertezza e confusione, sono la malattia mortale dello Stato.

4. Hanno “risolto” il problema con una riunione fra presidente del Consiglio, ministro dell’economia e ministro dell’istruzione. Posto che se ne vorrebbero conoscere i contorni reali, non potevano farla prima? O pensavano che la “restituzione” sarebbe stata entusiastica? Anche qui, il timore è che non avessero contezza di quel che stava per accadere.

Tutto questo avviene in un mondo, quello dell’istruzione, il cui ministro ha detto di volere chiedere agli italiani, mediante consultazione on line (che fa tanto fico), cosa si dovrebbe fare. Poi organizzano un sorteggio? Semmai ci si voglia dedicare a questo genere di coinvolgimenti lo si fa su una proposta governativa, non a tema libero.

Infine: vedo che gli accordi si raggiungono sempre a carico della spesa pubblica. Il nodo scorsoio che ci soffoca, ovvero la spesa corrente fuori controllo, continua a essere tirato. Anche nascondendo la spesa con i rinvii e tacendo del debito nascosto sotto il tappetino delle regioni. Questi non hanno capito cosa ci aspetta nel 2015, con l’obbligata contrazione del debito, e pensano di tirare a campare all’antica. Il risultato è che mentre dicono di preparare la spending review praticano la spending increase.

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