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Le bugie sui conti e le amare conseguenze

Il problema della politica è il disincanto

Le alchimie degli schieramenti agitano i partiti e soffocano le speranze dei cittadini

di Davide Giacalone - 10 marzo 2008

La distanza fra i titoli del debito pubblico tedesco e quelli del debito italiano è cresciuta, in pochi mesi, da 19 a 70 punti. E’ significativo il fatto che non se ne parli, relegandolo a tema “tecnico”. E’ vero che un fenomeno analogo colpisce altri Paesi, come la Grecia, ma, appunto, ciò conferma la sua natura di mero sintomo: i capitali investiti a sostegno del debito italiano vogliono essere pagati meglio e sempre di più perché ritengono crescente il rischio, vale a dire che decresce la loro fiducia in una nostra sana e corretta amministrazione economica. Già solo questo basta a far giustizia di tante inutili chiacchiere sui conti che sarebbero a posto o sarebbero stati risanati. Abbiamo il debito più alto e paghiamo più degli altri per servirlo. Non occorre essere economisti per comprendere dove porta questa strada.

Fin qui la campagna elettorale si tiene su un piano più legato allo spettacolo: gli slogan, o i nomi dei candidati, dove fanno scalpore ed attirano l’attenzione tutti quelli che sembrano essere stati cercati apposta per dire che in Parlamento andranno molti che rappresentano disagi, identità, magari speranze, ma non idee, proposte, voglia di fare e cambiare. Le alchimie di schieramento interessano moltissimo la stampa ed agitano la politica, ma non credo sia qualunquistico osservare che contano assai poco per chi vive fuori dal mondo in cui la politica politicante è tutto.

C’è l’Italia che produce, lavora, ricerca, ma sembra essere rimasta lontana dalla politica, forse più interessata a trovare spazio fuori piuttosto che ordine dentro i confini. Il problema più grosso della politica non è con chi si alleerà il tal gruppo o chi candiderà il tale, ma che sempre meno persone mostrano di crederci, di cogliere il nesso fra quelle parole, quelle facce, è la propria vita reale.

La retorica della “società civile” non mi piace, ma sarebbe da ciechi non vedere l’impermeabilità della politica, per niente scalfita dall’ingresso in lista, per esempio, di operai della Thyssen che rappresentano solo quel che un partito vuol far dire di sé, e non quel che potrebbero avere da dire. La politica che non ritrova se stessa prova a rappresentarsi per immagini e suggestioni. Ecco, la differenza dei tassi che paghiamo, per restare indebitati, è una delle più eloquenti.

Pubblicato su Libero di lunedì 10 marzo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario