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All'alba di una crisi politica e istituzionale

Il problema è di sostanza politica

Le urne misureranno le forze elettorali, ma sarà inutile ove non ci siano disegni politici miranti alla riforma costituzionale

di Davide Giacalone - 16 novembre 2010

Non è mai successo, nella storia della Repubblica, che sia stato anticipatamente sciolto un solo ramo del Parlamento. E non avverrà neanche questa volta. Neanche accadeva, però, che i presidenti delle Camere fossero convocati al Quirinale prima ancora delle dimissioni del presidente del Consiglio, come se fossero irrilevanti. Non è questione di galateo costituzionale, ma di sostanza politica.

Siamo stati noi ad evocare la possibilità di votare solo per la Camera, prevista dall’articolo 88 della Costituzione, che poi ha preso corpo nelle parole di Silvio Berlusconi. Il panico derivatone è esattamente quello che avevamo previsto, sicché le reazioni sono istruttive. Suggeriscono più di quel che dicono.

Nelle stanze del Corriere della Sera si suppone che il Presidente della Repubblica sia “in trincea”, la Repubblica parla di “sfida al Quirinale”. Immaginare lo scioglimento della sola Camera dei Deputati è considerata una specie d’oltraggio. Da ogni dove s’ingiunge a non ingerirsi in quelli che sono affari riservati a Giorgio Napolitano. Sapevamo che era un nervo scoperto, ma, accidenti, in certi palazzi si sobbalza al rintoccar del pendolo. Procediamo con ordine: è assolutamente certo che il potere di sciogliere le Camere è presidenziale, così come è certa la possibilità di scioglierne una sola, ciò non toglie che sia del tutto legittimo parlarne, esprimendo opinioni, propensioni e previsioni. Ci mancherebbe!

Il problema vero è un altro, ed è per quello che a certuni trema la voce e freme il labbruccio: per esercitare tale potere il Presidente della Repubblica ha un solo dovere da adempiere, ascoltare i presidenti dei due rami del Parlamento, il che equivale a dire che per sciogliere la Camera ha l’unico obbligo di ascoltare preventivamente Gianfranco Fini. Oggi egli varca il portone presidenziale come artefice della crisi, anticipatamente convocato per festeggiare, o come tutore dell’equilibrio istituzionale? Durante l’estate scorsa sono state reclamate, anche dalle colonne di questo giornale, le dimissioni di Fini, per ragioni legate al mercato immobiliare estero. Non ne discussi e non ne discuto.

Osservai ed osservo, però, che quelle dimissioni erano dovute per altro, giacché il presidente aveva perso ogni ruolo di garanzia, divenendo il più efficace e pericoloso oppositore della parte politica che gli italiani avevano maggiormente votato. Osservazione banale, che sarebbe dovuta essere un punto fermo per l’opposizione di sinistra. Invece preferirono la faziosità senza sensibilità istituzionale, anteponendo l’antiberlusconismo ad ogni cosa. Quell’osservazione era così fondata, però, che oggi giace sui binari del Quirinale, il che giustifica le reazioni un po’ scomposte e assai rivelatrici di quanti cercano di rendersi utili al Colle, arrecandogli solo danni.

La nostra Costituzione continua ad essere violentata da una prassi piegata alla convenienza miope. La sua pretesa intoccabilità non la rafforza affatto, ma la irrigidisce quanto basta per spezzarla prima e polverizzarla dopo. Ecco perché, allo scoccare di una crisi politica e istituzionale, quindi sistemica, la via d’uscita non può essere limitata alla normale prova di forza elettorale. Sbaglia a pensarlo una sinistra che punta tutto nella liberazione da Berlusconi, che non avverrà, e se avvenisse sarebbe la loro istantanea fine. E sbaglia a pensarlo anche un centro destra che punta sul risorgere del proprio capo, sul suo colpo di genio, sul consenso elettorale fin qui mai mancato (anche nelle sconfitte).

Sbagliano quanti discettano di solitudini, come quelli che leggono il mondo alla luce dei nanetti che congiurano nei corridoi. Le urne misureranno le forze elettorali, ma sarà inutile ove non si manifestino disegni politici miranti alla riforma costituzionale, alla nascita di governi istituzionalmente forti e parlamenti non popolati da comparse. Visto che la nostra “scoperta” costituzionale è piaciuta, avverto di un suo difetto e anticipo un giudizio.

E’ vero, l’articolo 88 consente di sciogliere una sola Camera, ma come la mettiamo con le schede elettorali dove s’indica il premier (senza che esista e si possa eleggerlo)? Lo votiamo metà un anno e metà quello appresso? L’attuale legge elettorale fa pena, ma non per quel che tutti dicono, bensì per ciò che tutti tacciono.

Anche al Senato, ma soprattutto alla Camera c’è un nutrito drappello di trasformisti tendenzialmente venduti, eletti da una parte e pronti a pesare dall’altra, alla ricerca di due cose: a. la stabilità del seggio; b. la promessa di tornare ad occuparlo. Sono dei contractor, alias mercenari, capaci di (s)qualificare la parte da cui si troveranno. Non è tutta colpa loro, è responsabile anche chi li portò in Parlamento. A loro dedico il pensiero che il grande Petrolini rivolse a uno spettatore loggionista, fastidiosamente e petulantemente disturbatore: nun ce l’ho con te, che così ce sei nato, ce l’ho co’ quello che te sta accanto e nun te butta de sotto.

Pubblicato da Libero

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