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Lo spettro di uno sterminio di massa è in agguato

Il principio della responsabilità di proteggere

Sospensione della Libia: un precedente storico per l’Onu

di Enzo Maria Cervini Le Fevre - 03 marzo 2011

La sospensione della Libia dal Consiglio per i Diritti Umani di Ginevra, votata martedì sera all’unanimità dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è l’ultimo dei provvedimenti che la Comunità Internazionale ha deciso di esercitare in seguito all’accrescersi delle violenze verso la popolazione libica da parte delle forze di sicurezza ancora fedeli a Gheddafi.

La scelta della sospensione è un’applicazione tanto evidente quanto innovativa della dottrina emergente della Responsabilità di Proteggere che fa recedere la sovranità statuale di fronte al comportamento di governi che si macchino di genocidio e crimini contro l’umanità. Le folli dichiarazioni del rais e delle alte cariche dello stato che hanno spinto il paese più profondamente nella guerra civile ed esortato i miliziani a commettere crimini contro la popolazione hanno convinto la Comunità Internazionale a prendere atto che la Libia, come Stato, è venuta meno alla sua responsabilità di proteggere la popolazione.

Vale la pena ricordare che il principio della Responsabilità di Proteggere sia stato codificato nell’ordinamento internazionale nel corso del summit mondiale dei capi di stato e di governo delle Nazioni Unite nel 2005, con la chiara intenzione di proteggere le popolazioni da crimini di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica, e si incardina su tre pilastri: la responsabilità di prevenire, di reagire e di ricostruire.

La violazione dell’obbligo di proteggere da parte di uno stato legittima, o meglio obbliga, la comunità internazionale ad intervenire in difesa della popolazione. È bene rilevare che questa è la seconda applicazione di tale principio dopo le vicende del Kenya nel 2007. Nel caso della Libia, almeno per ora, l’intervento della comunità internazionale è consistito nella sospensione prima dalla Lega Araba ed ora dall’organo onusiano, e nella risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza che da mandato al procuratore della Corte Penale Internazionale di investigare sui fatti accaduti nel paese dal 15 febbraio ed ha richiamato la Libia al rispetto del principio della responsabilità di proteggere ed alla cessazione immediata delle violenze.

Se questi sono i passi della comunità internazionale, la patologica incapacità dell’Unione Europea ad assumere una posizione comune colpisce se si pensa che proprio l’Europa dovrebbe cercare di sostenere una rivoluzione che non tende all’avvicendamento delle élite al potere, ma cerca una ristrutturazione e trasformazione della società e del sistema politico nel paese, che segue, e forse anticipa, movimenti rivoluzionari di tal genere in tutto il Mediterraneo.

Non stiamo parlando di interventi militari, ma di un’unanime condanna che si è fatta attendere a lungo. I mezzi per minacciare il rais non mancano, prime tra tutte le sanzioni di carattere economico. E’ inevitabile osservare che tale comportamento riflette anche la necessità di tutelare i numerosi cittadini stranieri e di osservare l’effettiva capacità del rais di conservare le redini del potere. Lo spettro di uno sterminio di massa non è troppo distante dalla realtà. Le conseguenze peseranno negli anni sulla comunità internazionale, ed in primis su quei paesi che fino ad oggi più hanno beneficiato di rapporti economici con Tripoli, incuranti della possibilità che la repressione e costante violazione dei diritti umani nel paese aprisse a prospettive ben peggiori, come quelle che stiamo osservando proprio in questi giorni.

La richiesta di assunzione di responsabilità per la protezione della popolazione libica, espressa, seppur con qualche titubanza, nel corso della 72esima sessione plenaria dell’Assemblea Generale, certifica l’affermarsi di una nuova tendenza che vede come protagonisti nella scena della comunità internazionale la tutela dei diritti degli individui e non più quella degli interessi degli Stati o dei loro dittatori.

Emerge sempre più la necessità che la Comunità Internazionale si doti di efficaci strumenti preventivi e non solo punitivi in grado di predisporre e indirizzare politiche a combattere in luce l’evolversi di queste emergenze umanitarie. In questo senso l’iniziativa ungherese di creare un Centro per la Prevenzione Internazionale dei Genocidi e dei Crimini di Massa è un passaggio fondamentale per la costruzione di un’architettura globale della responsabilità di proteggere.

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Pubblicato su Opinione.it

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