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Diamo all'Italia una vera chance

Il primato della società civile

Solo una mobilitazione "straordinaria" può battere il modello-Berlusconi

di Enrico Cisnetto - 10 ottobre 2011

Questa volta non andrà come 17 anni fa, quando le parti sociali e la gran parte dei corpi intermedi rimasero indenni dallo tsunami che si portò via la Prima Repubblica. No, stavolta la fine della Seconda Repubblica – ormai prossima, qualunque sia la modalità del “the end” – segnerà la condanna non solo dei partiti (ammesso, e non concesso, che per quelli esistenti si possa usare tale definizione), ma anche di quell’enorme baraccone di soggetti, fatto di grandi apparati e di piccole e minuscole sigle, che è la rappresentanza sociale.

La quale in questi anni si è tanto più gonfiata dimensionalmente e tanto più resa autoreferenziale quanto più ha perso rappresentatività, ruolo, potere reale. Per questo non stupiscono i mal di pancia di Confindustria, che dopo un primo regolamento di conti dentro l’establishment – la giubilazione di Geronzi da Generali – sembra essere diventata il parafulmine su cui si scaricano tutte le (inevitabili) tensioni del capitalismo italiano. In attesa che, con un crescendo rossiniano, il turbinio dell’uragano torni nelle (sempre meno) ovattate stanze dei “salotti buoni”, peraltro ormai ridotti a tinelli con uso di cucina, e metta in discussione gli equilibri in Mediobanca, e dunque anche in Generali, in Rcs, nelle banche, nelle società pubbliche e in quelle non del tutto ex pubbliche.

Ma non tirino un sospiro di sollievo né le altre associazioni padronali, né i sindacati e neppure tutti gli altri soggetti che formano il (fin troppo) vasto esercito delle varie forme di rappresentanza degli interessi. Perché al di là della cronaca, il vero motivo per cui cadrà l’attuale regime politico sta nel combinato disposto tra la crisi strutturale dell’economia, che in Italia somma motivi endogeni ed esogeni, e il crollo verticale del vecchio impianto istituzionale.

Una crisi di portata tale da mettere in discussione tutto e tutti, niente e nessuno esclusi. Non sappiamo se il “dopo”, la Terza Repubblica, sarà meglio o peggio di quel che sta per scomparire, ma una cosa è certa: nulla rimarrà come prima. E guai ad illudersi che non sia così, il rischio di rimanere sotto le macerie di un sistema paese destinato per forza di cose a crollare, sarebbe altissimo. Con questa premessa, non stupisce certo vedere il repentino cambiamento di linea da parte di Confindustria nei confronti del governo – per carità, meglio tardi che mai, ma vi siete accorti solo ora di come stanno le cose? – né assistere al calcio nel sedere appioppatole da un Marchionne alla perenne ricerca di alibi per far lasciare l’Italia alla Fiat intestando la colpa ad altri, scelta “politica” che ha indotto anche altre imprese a lasciare la “casa comune” degli industriali italiani. Né ci ha colpito più di tanto – salvo lo stile – il tentativo di smarcamento di Della Valle, che non a caso è avvenuto nelle stesse ore in cui si consumava il suo mancato ingresso nel cda di Mediobanca e la conseguente sua uscita dal patto di sindacato della banca che non l’ha voluto nel board. Anche le grandi manovre per la successione, che vedono affiancarsi al nome di Squinzi quello di Bombassei tra i possibili candidati, sembrano iscriversi a questo grande tourbillon che scuote il grande albero, per molti versi marcio, del potere economico. D’altra parte, l’errore non è di adesso, ma di molti anni fa.

Ancorché sbagliata, la scelta di un sistema politico bipolare, fortemente voluta da Confindustria che appoggiò Segni e indusse i giornali dell’establishment a schierarsi per il maggioritario, avrebbe dovuto indurre tutte le rappresentanze di interessi a rompere ogni tipo di cinghia di trasmissione con i nuovi attori della politica. Invece, essendo una scelta costosa in termini di rendita personale dei gruppi dirigenti, per miope convenienza tutti scelsero una nuova forma di collateralismo, scoprendo troppo tardi che in quel modo i corpi intermedi non contavano più nulla, perché Berlusconi se li era mangiati nella sua constituency elettorale – come fai ad avere voce e ruolo se il leader populista parla direttamente con i tuoi iscritti? – mentre a sinistra la fine del partito guida e la conseguente frantumazione ha spinto alcuni mondi (per esempio la cooperazione) a “mettersi in proprio” e altri, Cgil in testa, a irrigidirsi nello sterile schema dell’anti-berlusconismo.

Risultato: ruolo e potere zero, scollamento dalla base, impotenza di fronte al declino. Così quella parte della società civile che vive nel mercato, siano essi imprenditori, lavoratori autonomi o lavoratori dipendenti, ha sviluppato anticorpi in proprio, senza bisogno di rappresentanze, che peraltro non ha. Mentre quella parte – la maggioranza? – che vive in una dimensione protetta se non avulsa dal mondo che cambia, al pari della politica ha consumato tutte le risorse, quelle che c’erano e quelle certificate dal debito pubblico. E ora che il barile è stato raschiato e non c’è rimasto più nulla, i “protetti” o fanno finta di niente coltivando la speranza che la pacchia possa in qualche modo continuare o tardivamente, e anche un po’ pateticamente, cercano una legittimazione “oppositiva”.

Ma non c’è più alcun margine di manovra, per i “protetti” e le loro rappresentanze il tempo è scaduto. L’unica incertezza, invece, riguarda i “non protetti” e ciò che sapranno fare in una fase così difficile. Essendo tendenzialmente degli individualisti, se cadranno nell’errore di rinchiudersi nella propria dimensione, personale e professionale, inevitabilmente la Terza Repubblica sarà preceduta da una lunga e convulsa fase di transizione e avrà vita grama. Se, al contrario, avranno consapevolezza del loro essere ceto sociale – coscienza di classe, si sarebbe detto una volta – e sapranno fare squadra, allora saranno molte le chance che il Paese avrà di salvarsi e riconquistare il suo futuro. Molto dipenderà dai più giovani.

Se sceglieranno di vestirsi da “indignados” non andranno, e di conseguenza non andremo noi, da nessuna parte. Se invece faranno iniziative di proposta come quella che sabato 15 ottobre partirà a Roma sotto le insegne di “Outsider-Il partito degli esclusi”, capitanata dal presidente dei Giovani di Società Aperta, Luca Bolognini, allora la fiammella della speranza potrà alimentarsi. Ragazzi, come vi ha esortato Steve Jobs, siate “affamati” di cambiamento.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario