ultimora
Public Policy

Le previsioni dell’Ue per il 2007

Il pil e le riforme strutturali

Siamo di fronte a tassi di crescita ben più alti dello sperabile. Occorre approfittarne

di Enrico Cisnetto - 19 febbraio 2007

Speriamo che sia vero. L’Unione Europea ci attribuisce la possibilità di consolidare nel 2007 il livello di crescita della nostra economia raggiunto l’anno scorso. E se davvero l’Italia potesse ripetere quest’anno il +2% del pil appena consuntivato per il 2006, saremmo di fronte ad un prolungamento della congiuntura favorevole che ci consentirebbe di mettere in atto le politiche necessarie per trasformare quello che per ora rimane un semplice rimbalzo del ciclo economico, in una ripresa strutturale. Sappiamo che le stime, all’inizio dell’anno, vanno prese con prudenza, e tanto più in questo caso visto che finora ci veniva attribuito da tutti gli organismi previsivi, nazionali e internazionali, un regresso rispetto al 2006 (anche quando si prevedeva che questo chiudesse al +1,7%), e che nei giorni scorsi quando l’Fmi aveva rivisto al rialzo il suo dato 2007, non era andato oltre l’1,5%. Tuttavia, è indubbio che siamo di fronte a tassi di crescita ben più alti dello sperabile, e che occorre approfittarne senza indugio, cominciando prima di tutto ad evitare la solita stucchevole rissa sulla paternità politica – che non c’è – di questo magic moment. Anche perchè occorre dire con chiarezza che il merito della ripresa è soprattutto altrui, e questo la rende assai precaria. Non c’è dubbio, infatti, che l’accelerazione dell’economia italiana sia dovuta alla forte ripresa degli investimenti e dei consumi in Europa, e in Germania in particolare. Cosa dimostrata dal fatto che, purtroppo, la crescita del 2006 non è servita a ridurre, se non marginalmente, le distanze con Eurolandia, che è cresciuta mediamente del 2,7% (la stessa percentuale della Germania), con punte del 3,8% in Spagna.

Le stesse previsioni Ue di ieri indicano ancora una differenza, perchè a fronte del nostro +2% la media dei paesi euro è indicata al 2,4% e quella dei Ventisette al 2,7%. Ma la dimostrazione più convincente che non possiamo sederci sugli allori di un risultato e di una previsioni buoni, ci viene dal dato, diffuso sempre ieri, sul commercio estero. Il quale ci dice che nel 2006 siamo stati nella paradossale situazione di godere di un raddoppio del tasso di incremento del nostro export – che non a caso è cresciuto di sei volte verso i paesi Ue, tanto che Francia, Germania e Spagna da sole ne assorbono un terzo – ma di dover registrare il peggior risultato della bilancia commerciale dal 1993, avendo importato ben 21 miliardi in più di quanto non abbiamo esportato.

In questo contrasto ci sono racchiusi tutti i limiti della nostra economia, perchè da un lato l’export cresce in valore e non in volumi – il che significa che solo una parte del nostro apparato produttivo si è riconvertita (la meccanica in particolare), mentre il grosso del capitalismo nostrano continua a produrre o per il solo mercato o a costi troppo alti per standard qualitativi troppo bassi – mentre dall’altro siamo ancora troppo esposti ad un eccesso di import a prezzi alti, a cominciare dal settore dell’energia. Limiti, questi, che solo le grandi riforme strutturali possono farci superare (e che il deserto ci perdoni per questo ennesimo accenno di predica).

Pubblicato su Il Messaggero di sabato 17 febbraio

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario