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Solo “lenzuolate” e piccoli aggiustamenti

Il piano liberalizzatore del governo

La “fase due” rimane incompiuta. Il nostro Paese ha bisogno di “più Stato e più mercato”

di Enrico Cisnetto - 29 gennaio 2007

Qualche piccolo passo nella direzione di un paese più civile, ma niente di più. Non c’è bisogno di essere dei liberisti incalliti per definire il piano del governo un po’ pomposamente titolato “liberalizzazioni” come qualcosa di non di grande portata.

Nel loro complesso, le decisioni dell’esecutivo vanno a correggere una serie di anomalie esclusivamente italiane: non si può quindi che giudicare positivamente la trasparenza per le tariffe degli aerei e la scadenza degli alimentari, la sburocratizzazione dei procedimenti per l’apertura di un’impresa e gli interventi su commercio, edicole e cinema. E’ significativo poi che l’eliminazione dei costi di ricarica dei cellulari sia stato approvata al consiglio dei Ministri dopo essere partita “dal basso”, attraverso una petizione popolare girata via Internet. Per quanto riguarda, invece, le decisioni sui carburanti, più che prendersela con la lobby dei benzinai sarebbe il caso di riflettere sul fatto che i provvedimenti giacevano bloccati sui tavoli degli enti locali, che non accordavano i permessi di vendita ai centri commerciali. Una storia emblematica di come il potere distribuito a livello territoriale riesca a creare più danni di quanti ne risolve. Positive anche le scelte operate sulle assicurazioni, come il divieto di esclusiva per le polizze del ramo danni, la nullità della variazione delle classi di merito nel ramo auto in caso di incidente finché non si accertano le responsabilità del contraente, e la possibilità di recedere dai contratti entro 60 giorni dalla scadenza. E anche quelle sulle banche, con l’annullamento della commissione per il massimo scoperto, la portabilità dei mutui e il divieto di clausole penali per la loro estinzione. Mentre sulla riforma della scuola superiore, per adesso, non si può non dare un giudizio negativo. In primo luogo, perché annulla le decisioni della Moratti senza che prima queste siano state “provate su strada” a dovere, e poi perché cancella l’innovazione dei licei economici e tecnologici dei quali, in un mondo dell’istruzione squilibrato dal lato umanistico, c’era sicuramente bisogno. Sospeso è invece il giudizio sulla questione della rete unica dell’elettricità e del gas, che è stata giustamente demandata a un disegno di legge. Perché le decisioni sul tema non possono essere presa senza tenere conto del fatto che oggi Eni ed Enel sono due aziende strategiche, e strappar loro le infrastrutture di connessione senza trovare una formula che garantisca il Paese dagli svantaggi che ne deriverebbero – la soluzione c’è: fare in modo che i due colossi mantengano la proprietà separandola però dalla gestione operativa – soltanto per sostenere le ansie liberizzatrici dell’Autorità dell’Energia, sarebbe un atto di masochismo istituzionale.

Insomma, la “fase due” del governo, quella che doveva essere delle grandi riforme, per ora è ridotta ad una manciata di piccoli aggiustamenti, catalogabili più sotto la categoria del buon senso che delle grandi modernizzazioni. Scelte di cui si può essere complessivamente contenti se si ragiona in assoluto, ma che diventano poca cosa se si valutano in relazione alle aspettative che si erano create. E sulle quali sarà però bene essere chiari. Finora abbiamo ragionato in termini di contrapposizione tra riformisti e massimalisti, e ci siamo lamentati che abbiano prevalso i secondi. Oggi, dopo il “lenzuolo” di provvedimenti targati Bersani-Rutelli, si parla di rivincita dei primi, anche se la scuola liberista lamenta che trattasi di vittoria di Pirro. In realtà, sarebbe più corretto dividere il partito dei riformisti in due grandi filoni: i “liberali scolastici”, che intendono le liberalizzazioni come il fine ultimo; e i “liberali pragmatici”, che invece considerano le riforme un mezzo per eseguire il fine dello sviluppo del Paese. I pasdaran delle liberalizzazioni avrebbero voluto che il governo rovesciasse il Paese come un calzino, mentre i pragmatici sanno che senza rafforzare il nostro capitalismo “anoressico” attraverso un vero proprio “patto sociale” al servizio di una nuova “italian way of development”, il mito del mercato senza vincoli rischia di rimanere tale, senza produrre alcun effetto positivo. br>
Per questo il dibattito che ha preceduto e che ora segue il piano del governo è affetto da un doppio strabismo: da una parte c’è chi considera le liberalizzazioni una cosa di destra, e reclama “più Stato e meno mercato”, mentre dall’altra c’è che risponde a questo vetero-marxismo con una dose di ideologia altrettanto esagerata, reclamando “più mercato e meno Stato”. In realtà, l’Italia ha bisogno di “più Stato e più mercato”, intendendo il primo come maggiore progettualità politica (indicare al Paese dove deve andare) e il secondo come un capitalismo più libero perchè più grande e forte. O si fa così, al di là delle divisioni politiche e degli steccati ideologici, oppure avere più cinema nelle città italiane o aver cancellato il pubblico registro automobilistico sarà del tutto inutile.

Pubblicato sul Gazzettino del 27 gennaio 2007

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