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Public Policy

Impossibile dissociare Finanziaria e riforme

Il pericolo di una “fase 2”

Urge la costruzione di un’aggregazione di forze volenterose e riformiste

di Enrico Cisnetto - 31 ottobre 2006

Prima la Finanziaria, poi le riforme? No, grazie. La politica dei due tempi è un vizio antico, che ha portato l’Italia a non scegliere per troppo tempo e su troppe questioni cruciali per poterci permettere il lusso di adottarla ancora una volta. I problemi economici del Paese sono così scottanti che la tattica del rinvio finirebbe per farli esplodere in modo deflagrante, senza che nessuna ripresina – come quella in atto, destinata già a sgonfiarsi nel 2007 – ci possa mettere al riparo. E poi, è bene essere chiari, non può esistere alcuna “fase 2” del governo Prodi – tantomeno se deve essere quella delle riforme strutturali – se il premier e la coalizione non s’impegnano a rimuovere le cause tutte politiche che nella prima fase, quella della Finanziaria, hanno portato alla “crisi strisciante” di queste ore, esorcizzata ma non risolta dal vertice in stile americano di sabato. Si dirà: ma la maggioranza è composta da anime troppo “distinte e distanti” tra loro per riuscire a trovare una sintesi accettabile. Vero. Però, non va sottovalutato il fatto che se il primo (unico?) obiettivo del governo è quello di sopravvivere a se stesso, e se lo stesso centro-destra minaccia la “spallata” ma di fatto la evita perchè sente di essere impreparato a nuove elezioni, tutto questo gioca a favore di Prodi.
Certo, rispondere oggi a quel “popolo dei perplessi” evocato da Luigi Spaventa – il più lucido tra i critici “non prevenuti” – circa il merito della Finanziaria, con la promessa che da gennaio, chiuso il capitolo della legge di bilancio, si comincerà a parlare di pensioni, sanità, pubblico impiego e spesa degli enti locali – cioè dei quattro nodi da sciogliere indicati nel defunto Dpef di luglio – significa non aver capito cosa bolle nel pentolone degli umori profondi del Paese. Non prendiamoci in giro: o ci sono già oggi le condizioni per mettere mano a quei temi – e noi lo speriamo e auspichiamo vivamente – o non ci saranno neppure domani. Ricordate la riforma previdenziale “differita” del governo Berlusconi, quella che fatta nel luglio 2004 stabiliva – chissà perchè – la sua entrata in funzione il primo gennaio del 2008? Ora, se ebbe quel mal di pancia il centro-destra, che apparentemente non aveva avversità ideologiche verso l’aumento dell’età pensionabile, figuriamoci cosa accadrebbe nel centro-sinistra, dove invece allignano gli esperti in slogan del tipo “giù le mani dalle pensioni”, oppure “tutti i lavori sono usuranti, meno quello del padrone”. E la reazione di queste ore di ministri come Ferrero e dell’intera sinistra massimalista – disposti solo a rimuovere lo “scalone” lasciato in eredità da Maroni – è lì a dimostrare che sulle pensioni potrebbe anche cadere il governo.
Anche sul possibile miglioramento della Finanziaria, il pieno e convinto sostegno al “tavolo dei volenterosi” non ci esime dall’avere ben chiaro che sarebbe solo un intervento parziale – e comunque, sia chiaro, già questo rappresenta un servizio al Paese che giustifica l’iniziativa – mentre la filosofia della manovra, il suo impianto complessivo, non appare emendabile. Figuriamoci se è il caso di farsi delle illusioni su una taumaturgica “fase 2” dell’intera politica economica del governo. Anche qui, tra l’altro, ci aiuta la memoria di quanto è successo nei cinque anni passati: ogni semestre era quello buono per decollare – e per favore la si smetta di raccontare la favola della crisi internazionale: il mondo non è mai cresciuto tanto come in questo inizio di millennio, e anche la pur lenta Europa ha galoppato rispetto a noi – ogni verifica interna alla maggioranza, con o senza Tremonti, era l’occasione giusta per “rilanciare l’immagine decisionista del governo Berlusconi”, senza che poi accadesse mai nulla che non fosse rubricabile come gestione dell’esistente.
Dunque, i casi sono due: o Prodi e il centro-sinistra danno subito prova di una discontinuità forte con il loro primo semestre – respingendo al mittente l’accusa avanzata da Furio Colombo, secondo cui la colpa dell’attuale impasse sarebbe di quei “berlusconiani travestiti” che rispondono ai nomi di Pansa, Ricolfi, Lanzillotta, Montezemolo e Capezzone – oppure è bene archiviare la Finanziaria 2007 come l’ennesima occasione perduta e aprire immediatamente la questione politica. Che potremmo chiamare, questa sì, la “fase 2” della legislatura. Sul cui decorso ci sono in giro fin troppe chiacchiere per doverle ulteriormente alimentare. In questa sede, invece, vale la pena di sottolineare l’urgenza della costruzione di un’aggregazione di forze che abbiano nel loro albero genealogico due uomini decisivi per l’Italia come sono stati Alcide De Gasperi e Ugo La Malfa. In questi anni della loro eredità è stato preso il beneficio elettorale ma non l’onere della rappresentanza politico-culturale, tanto che la borghesia – o ceto medio che dir si voglia – è politicamente orfana. Forse bisogna ricominciare proprio da qui.

Pubblicato sul Messaggero del 31 ottobre 2006

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