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Le “bazzecole” del presidente del Consiglio

Il perché dell’eterno consenso

Il peso della narcotizzante spettacolarizzazione della politica

di Giuseppe Gallo - 23 maggio 2009

Perché non cala il consenso di Berlusconi e del PDL? Non è una domanda retorica. In realtà, il consenso dovrebbe cadere. È quanto è legittimo aspettarsi considerando una casistica di fatti registratisi dall’inizio dell’anno in poi. Naturalmente, l’ultimo è la condanna per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato David Mills, che avrebbe testimoniato il falso «per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati».

E’ troppo presto per almanaccare su quale impatto avrà o non avrà la sentenza del Tribunale di Milano sull’elettorato del PDL. Ma i fatti precedenti? Ricordiamone qualcuno alla rinfusa: il declassamento di Malpensa (che ha conseguenze pesanti sulle aziende del Nord e quindi sull’occupazione), il naufragio dell’EXPO e le polemiche a esso collegate (il costo della sede, l’astronomico stipendio dell’ad Lucio Stanca), la vicenda delle veline (stigmatizzata dallo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini e dalla sua Fondazione), i mancati fondi per la ricostruzione in Abruzzo (per tacere dello sfruttamento spettacolare del terremoto e della dubbia decisione di trasferirvi il G8 con le conseguenti proteste della Sardegna), l’insistente tentativo di sminuire la gravità della crisi economica affiancato all’ingenua assicurazione che l’Italia è più attrezzata d’altri a fronteggiarla (quando l’FMI calcola che nel 2009 il nostro PIL potrebbe subire una diminuzione del 4,6%, superiore cioè alle medie UE), l’illiberale disegno di legge sul testamento biologico, devastante non in sé (è chiaro che le persone danneggiate sarebbero una minoranza), bensì in quanto impone agli individui la volontà di un ringalluzzito Stato etico (e cioè attacca un principio universale quale la libertà di decidere della propria sorte)...

Certo, Gasparri, Bondi e l’eterea Ravetto hanno tutto il diritto di ribattere che non capiamo perché interpretiamo i fatti in modo ideologico, al contrario degli italiani che invece hanno perfettamente capito che il Cavaliere è capace di intercettare i loro sentimenti e bisogni, e vi corrisponde con cristallina coerenza. Può darsi. Ma molti dei fatti sopra menzionati vanno obiettivamente contro gli interessi dell’elettorato di centrodestra. E tutti – qualcuno di più, qualcuno di meno – hanno suscitato molti mal di pancia tra le frotte dei parlamentari e degli spin doctors del PDL. Perché allora, stando ai concordi risultati dei sondaggi dei più autorevoli istituti di ricerca, non influiscono né sulla fiducia di cui gode il Cavaliere né sul consenso elettorale del suo partito? E’ anormale.

Disinformazione? Certo che no. Anzi sì. L’informazione viene data puntualmente, con spreco di particolari. Ma scivola via come l’acqua piovana. Il motivo? Disillusione? Apatia? Assuefazione? Sarà snobismo, ma non vedo motivo di escludere a priori questa ipotesi. è un fenomeno capitato altre volte nel passato remoto e nel passato prossimo della storia europea. E l’assuefazione ha sempre finito col premiare il dictator, e cioè il demagogismo, nell’illusione che un rapporto diretto fra governante e sudditi faccia risparmiare tempo, sia più efficace ed economico, e aggiri burocratismo e decadimento istituzionale.

Ma, se così fosse, le responsabilità di tale assuefazione non possono essere cercate soltanto nella narcotizzante spettacolarizzazione della politica che pure il Cavaliere ha contribuito ad acclimatare da noi. E lo ha fatto in modo ben più pesante e corrivo di quanto avvenga negli Stati Uniti, che certo hanno prodotto il virus, resistendo tuttavia alla tentazione di gettare nell’oceano i farmaci idonei a contrastarlo.

La responsabilità andrà cercata anche (forse soprattutto) nei ritardi della sinistra riformista che, dopo l’89, quando per la prima volta ha avuto la possibilità di governare l’Italia, si è fatta trovare impreparata all’appuntamento, perdendo la sua grande occasione storica. Non c’è dubbio infatti che l’attuale debolezza (progettuale, programmatica, pratica) del nostro riformismo costituisce un argine al collasso del consenso berlusconiano.

Eppure tale consenso potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro se il riformismo aggiustasse il suo orologio ed esistesse un’alternativa credibile, in grado di parlare alla nazione: e cioè di armonizzare gli interessi dei diversi segmenti sociali ed elettorali, in sintonia con quell’interclassismo che è la migliore eredità lasciataci dalla sinistra italiana.
Lo so, lo so, la diagnosi qui abbozzata agli occhi del centrodestra non fa che ripetere «la solita solfa». Ma non è detto che le interpretazioni ripetute siano per questo meno vere.

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