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Public Policy

Federalismo incompiuto

Il pentito dello scassastato

Le riforme federaliste sono state un danno con cui i partiti hanno fatto campagna elettorale e hanno scassato lo Stato, dimenticandosi o ignorando quello che occrreva davvero fare

di Davide Giacalone - 27 settembre 2012

Pier Luigi Bersani ammette, con appena undici anni di ritardo, che la riforma del titolo quinto della Costituzione, fatta dalla sinistra nel 2001, grazie a quattro voti di maggioranza (alla faccia delle “riforme condivise”!), fu una schifezza. Ben arrivato, noi lo scriviamo da allora.

Già non mi piace l’idea che basti pentirsi per essere assolti, o addirittura festeggiati. Peggio ancora se si fa finta, tacendo altre magagne. E’ disonesto.

Quella riforma, che la sinistra fece per scimmiottare la Lega, dimostrando un cinismo pari solo alle scempiaggini che scrissero, ha scassato lo Stato e fissato i binari su cui, poi, è corso un treno i cui vagoni sono pieni di palta. Quella riforma ha sulla coscienza il crescere della spesa pubblica improduttiva e l’arrampicarsi di una classe più digerente che dirigente. Per capire quel che sarebbe successo noi impiegammo il tempo della lettura, non undici anni. In politica gli errori che producono danni alla collettività sono colpe. Che si scontano ritirandosi a riflettere, non chiedendo di poterne commettere altri.

Ma nessuno creda di potersi dire innocente: non altre forze politiche, non i mezzi d’informazione, non molti cittadini. Spiace dirlo, ma se non lo si dice va a finire che non si cambia mai. Ricapitoliamo. La (mala)riforma del 2001 fu sottoposta, quello stesso anno, a referendum confermativo: la sinistra indicò di votare a favore e la destra non indicò un accidente, nessuno fece campagna elettorale e solo il 34% degli elettori si recò alle urne. Io fra quelli, sperando di abrogare il mostro. Poi, nel 2005, fu il centro destra a riformare quella riforma e, con i voti della Lega (più patriottica e unitarista della sinistra, ridete pure ma è così), ristabilì il principio dell’interesse nazionale, che era stato incredibilmente cancellato dai barbari del 2001. In quella stessa riforma fu compresa la riduzione del numero dei parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto e altre cose. Meglio di quel che c’era, ma, dal mio punto di vista, troppo poco. Dal punto di vista della sinistra, da quello di Bersani, invece, troppo. Sicché convocarono un nuovo referendum confermativo, che si tenne nel 2006.

In quell’occasione la destra si squagliò, mentre la sinistra fece campagna contro quello che ora considera urgente e necessario. Il 52% andò a votare e il 61 diede ragione all’abrogazione. Quella riforma fu cancellata. Per puro spirito di fazione rimase in piedi la distruzione dello Stato unitario e non diminuirono i parlamentari. Quindi, se oggi Bersani ha voglia di pentirsi, lo faccia per tutta questa faccenda e non a spizzichi e bocconi.

Ma si pentano anche i costituzionalisti che scrissero pisciatoni inverecondi per sostenere l’inverosimile; si pentano i politici che si sottrassero allo scontro, fregandosene della sostanza e guardando solo al consenso; si pentano i giornaloni, che non seppero informare sul reale oggetto del contendere, preferendo alimentare la faziosità; e si pentano i cittadini che cedettero alla voglia di randellare l’avversario, anche a costo di prendere a mazzate la Repubblica. Anzi no, non si pentano, che tanto quello è loro affare privato di cui a me non cale un bel niente: si vergognino. Ma si poteva vederla diversamente, si poteva prevedere com’è andata a finire? Certo che si poteva. Noi lo facemmo. I radicali lo videro. Qualche altro soggetto disperso nello spazio ne fu consapevole.

Furono quei terrestri terra terra a non volerlo vedere. Anche perché occupati a far scarpetta nel sugo regionale.

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