ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • "Il peggio deve ancora arrivare"

Una nuova minaccia lanciata da al - Quaeda

"Il peggio deve ancora arrivare"

Gli obiettivi del "franchising" sono in Occidente e in Asia

di Antonio Picasso - 13 maggio 2011

“Il peggio deve ancora arrivare”, dice Nasser al-Wahishi, leader di al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap). “Promettiamo ad Allah che continueremo la nostra marcia e che la morte dello sceicco non farà che accrescere la nostra determinazione nel combattere ebrei e americani”. In termini di comunicazione, il messaggio del terrorista, presumibilmente nascosto in Yemen, non aggiunge nulla alla maledizione lanciata da al-Qaeda contro gli Usa venerdì scorso. L’organizzazione conosce i suoi target e li mette in allarme. D’altro canto, i continui ammonimenti, privi fortunatamente a oggi di iniziative concrete, suggeriscono che il jihad deve ancora riprendersi dalla sberla ricevuto ad Abbottabad.

Ben più interessante è l’origine della dichiarazione. Il fatto che venga da Aqap, anziché dalla succursale pakistana, conferma che la guerra per la leadership dell’intero trust terroristico è aperta. In questo senso, le cellule della penisola arabica hanno tutte le carte in regola per vincere la propria battaglia. È in Yemen che si possono rintracciare le origini della famiglia bin Laden. Questo significa che un erede di sangue dello sceicco ucciso potrebbe raccogliere un significativo consenso locale. Ed è ancora lì che sono stati installati numerosi campi di addestramento per mujaheddin che, in un secondo step, sono stati inviati al fronte afgano, oppure a combattere a fianco degli shabab nel Corno d’Africa. Insomma, lo Yemen potrebbe non aver nulla da invidiare rispetto ai talebani.

Questo a livello logistico. La stessa cosa, tuttavia, si potrebbe dire per il Maghreb, dove Aqmi – al-Qaeda nel Maghreb islamico appunto – vanta un’operatività senza paragoni, oppure per il quadrante iracheno. Per questo motivo, non si può scartare l’ipotesi di una leadership assunta da una succursale locale. Al-Qaeda deve esser vista come un franchising. In questo è possibile che Aqmi, Aqap o altre sigle tentino di assumere il ruolo di capo cordata.

Di tutt’altro tipo è il discorso in merito alle singole personalità. L’organizzazione jihadista potrà decidere, infatti, di investire maggiormente in un’area piuttosto che un’altra. Tuttavia, avrà bisogno di “chairman” che faccia da mentore comunicativo. Da uomo immagine, in pratica, disposto a vivere nascosto per il resto dei suoi giorni, salvo apparire improvvisamente in video per minacciare il nemico. Finora il nome più probabile che è stato avanzato è quello di Ayamen al-Zawahiri. Non potrebbe essere altrimenti. Il medico egiziano vanta un’esperienza all’interno della galassia jihadista che risale ancora a prima della nascita di al-Qaeda e che nessun cobelligerante può vantare. Al-Zawahiri era già un terrorista quando nemmeno Osama bin Laden aveva immaginato di dedicare la propria vita al jihad. Membro della fronda più intransigente della Fratellanza musulmana, si ritiene coinvolto nell’assassinio del presidente egiziano Anwar al-Sadat, nel 1981. Successivamente ha scalato con rapidità la piramide della “rete”. In qualità di numero2 hasaputo mostrarsi si è mostrato in line con maggiore frequenza del suo capo ora defunto. Ed è proprio questo il cavallo di battaglia di al-Zawahiri. La sua dote telegenica no eguali nella galassia qaedista. Solo bin Laden poteva fargli concorrenza. Non per niente, sulla testa del medico egiziano l’Fbi ha emesso una taglia di 25 milioni di dollari.

Ed è ben plausibile che gli Stati Uniti, quando parlano di possibili nuovi interventi mirati in Pakistan – per colpire l’organizzazione ora che è in debito di ossigeno – facciano riferimento proprio a lui. Se al-Zawahiri morisse, l’organizzazione sarebbe davvero ridimensionata. Tuttavia, i sessant’anni che l’attuale vice di al-Qeda compirà il 19 giugno non gli giovano nella corsa alla testa del gruppo. Si sta parlando, infatti, di un’organizzazione giovane, dinamica e che predilige ricorrere all’high tech e alle nuove generazioni. Ben lontana da una Spectre capeggiata da un oscuro grande vecchio. Al-Zawahiri rischia di apparire troppo anziano rispetto alla frettolosa evoluzione dei suoi accoliti.

Osservando altrove, il primo pensiero va al Mullah Omar. In questo caso, il punto debole del comandante talebano è proprio il fatto di essere talebano. Condurre la guerra nel cuore dell’Asia centro-meridionale è sì un’opportunità. Perché da quel quadrante i talebani stanno mettendo in scacco gli Usa e i loro alleati Nato. Tuttavia, al-Qaeda non aspira all’affermazione di un califfato in Afghanistan, ed eventualmente in Pakistan. Il suo obiettivo è l’affermazione di uno Stato islamico transnazionale. Il jihad non è un mero conflitto localistico, ma la lettura in chiave moderno-globale della Guerra santa, che – giudizio dei suoi propugnatori – viene osannata nel Corano. Vista così, la figura del Mullah Omar sarebbe ridotta a quella di un capo banda locale. Capace in termini tattici e operativi, insignificante da un punto di vista politico.

Il versante yemenita, a sua volta, presenta tre nomi di peso. Al-Wahishi è intervenuto con l’evidente intenzione di candidarsi alla guida di al-Qaeda. Dalla sua, il comandante di Aqap ha l’aura di mistero che si addice a un potenziale leader terrorista su scala mondiale. È ignota la sua età, come pure la taglia che le agenzie Usa potrebbero aver spiccato. Si sa che ha servito a fianco di bin Laden in Afghanistan fino al 2001. Per poi essere inviato nell’Arabia felix. Si tratta di un comando strategico per l’intera organizzazione. Dallo Yemen, al-Qaeda ha saputo far parzialmente sua la pirateria attiva nel Mar rosso e ha sconfinato in territorio saudita; target obbligatorio per tutta la filiera jihadista.

Il paradosso è che, a suo tempo, Al-Wahishi è stato arrestato in Iran. Le autorità di Teheran poi lo hanno estradato in Yemen, dove è stato segregato nel carcere di massima sicurezza di Sana’a, dal quale è riuscito a fuggire. Oggi, sebbene non si possa quantificare in dollari la sua cattura, è interessante sapere che le polizie di Usa, Arabia Saudita, Yemen e forse pure Iran sono sulle tracce di Al-Wahishi. Il secondo nome, in sede yemenita, è quello di Fahd Mohammed Ahmed, detto “al-Quso”. Washington è disposta a sborsare 5 milioni di biglietti verdi a chi lo scova. Nato 36 anni fa, è l’uomo di punta della tribù degli alwaqi, la più esposta al proselitismo qaedista. Infine, merita una riflessione Omar bin Laden, 31 anni e sposato un’inglese.

Fino a ieri, si è sempre pensato che il clan e i parenti ristretti dello sceicco ucciso fossero esclusivo dalla linea di successione. Per il semplice motivo che non avessero mai sposato la linea terroristica di Osama. La dichiarazione rilasciata al New York Times potrebbe cambiare le cose. Il giovane bin Laden ha detto che, eliminando suo padre, gli Usa hanno violato i principi fondamentali.

“Hanno ucciso un uomo disarmato, gettando il suo corpo in mare e sparando anche contro i suoi familiari”. In teoria, il dolore di un figlio nell’assistere in diretta alla morte del padre sarebbe comprensibile. Dal momento in cui la vicenda chiama in causa al-Qaeda però, è più complesso fornire lo stesso giudizio.

La posizione assunta da Omar, a questo punto, potrebbe indurre pensare che sia lui a voler prendere la guida dell’organizzazione fondata dal padre. La sua totale mancanza di esperienza nel settore, fortunatamente, pone in dubbio questa teoria. In tal senso, Omar non ha seguito le orme del fratello Saad, lui sì da considerare l’erede dello sceicco. Se non fosse stato ucciso nel 2009.

Ritornando sul fronte del centro-sud asiatico, viene da pensare allo scenario kashmiri, poco noto alle cronache occidentali, ma delicatissimo per quanto riguarda le relazioni tra Cina, India, Pakistan e, in via tangenziale, Afghanistan. I movimenti di autodeterminazione del Kashmir sono tradizionalmente estranei a qualsiasi tipo di guerra confessionale. Tuttavia, nell’ultimo biennio New Delhi ha denunciato Islamadab di strumentalizzare la tensione locale per favorire il transito di talebani e altri gruppi mujaheddin verso l’Unione indiana. Proprio ieri, il overno Singh ha consegnato alle autorità pakistane una lista di cinquanta ricercati molti di loro coinvolti nelle stragi di Mumbai di novembre 2008.

Nell’elenco compaiono Hafiz Saeed e Masood Azhar, rispettivamente al comando di Lashkare-Toibe e del Jais-e-Mohammed, ma soprattutto quello di Illyias Kashmiri, noto anche all’intelligence statunitense. New Delhi è convinta che quest’ultimo e altri terroristi siano nascosti a Karachi. Dal Pakistan non sono giunte smentite di sorta. Caso vuole che, giorni fa, a Washington sia circolata la notizia che sarebbe necessario stare attenti proprio a Illiyas Kashmiri, veterano della guerra in Afghanistan contro l’Armata rossa, ex membro della Harkar-ul Jihad Islami (Huji) e ancor più della Brigata 313. Ed ecco allora che il pericolo torna a emergere dal Paese dei puri.

È evidente, infatti, che nel caso non fosse al-Zawahiri ad averla vinta, la leadership potrebbe andare comunque a un latitante legato in qualche modo con le varie realtà armate del Pakistan. Ma è pure vero che, proprio a seguito della polverizzazione di tutti questi soggetti, ogni comandante ha la possibilità di diventare leader incontrastato, come può provocare fratture al vertice dell’organizzazione.

Ne consegue che, sempre in linea all’immagine di franchising che è stata attribuita ad al-Qaeda, sono alte le opportunità per l’incremento delle iniziative da parte di succursali e cellule locali. In questo caso primeggia Aqmi in Nord Africa. Ma non si può dimenticare il peso che potrebbero ottenere singoli cani sciolti.

Per esempio Adam Yahiye Gadahn e Anas al-Liby, rispettivamente valutati per uno e cinque milioni di dollari. Entrambi, appunto perché pesci piccoli agli occhi dell’Fbi, potrebbero sfoderare quella ambizione dei giovani che vogliono diventare capi il più in fretta possibile. Del resto, gli obiettivi di al-Qaeda non sono in Yemen o in Afghanistan, bensì nelle metropoli del capitalismo dell’Occidente e dei Paesi emergenti in Asia.

Pubblicato su Liberal e suworldonfocus.wordpress.com
http://worldonfocus.wordpress.com/2011/05/12/il-peggio-deve-ancora-venire/

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario