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Cogliamo l’occasione offertaci dalla crisi

Il peggio è veramente passato?

Per rilanciare il Paese serve più mercato, più legalità, più libertà d’impresa e di formazione

di Davide Giacalone - 23 aprile 2009

In diversi cercano di far credere che la crisi è alle nostre spalle. “Il peggio è passato”, dicono in Confindustria. Qualcuno avverta il ceto medio, sempre più ceto generale, che qui comincia la fregatura. La crisi, del resto, fu descritta a tinte foschissime quando da noi non era ancora successo quasi nulla. E’ stata presentata come un fallimento del mercato, quando, invece, è il fallimento della violazione delle regole di mercato. Ora s’annuncia la ripresa, nel mentre c’è ancora chi perde il lavoro. Sembra, insomma, che opinion leader e commentatori si siano messi d’accordo per frastornare la gente. Nel frattempo, con i soldi dei contribuenti (principalmente negli Usa) si salvano i responsabili del disastro.

Non solo il mondo non è crollato, non solo non è la globalizzazione ad avere fallito, ma la gran parte dei nostri cittadini ha visto crescere il proprio potere d’acquisto reale. Negli ultimi quindici anni, ma anche negli ultimi quindici mesi (si prendano i dipendenti pubblici ed il loro nuovo contratto). La crisi ha morso le produzioni più esposte alla concorrenza, e chi ha perso il posto di lavoro ha sofferto molto. Moltissimo se si tratta di giovani con lavori non stabili, sempre più esclusi dal mercato e dalla vita. Gli altri, i più, però, non se la sono passata affatto male.

Per salvare privati troppo indebitati, che siano banche o famiglie, così come per sostenere i consumi, si è puntato molto sulla spesa pubblica. Più debito e più massa monetaria. La seconda, non appena la domanda si riprenderà, creerà inflazione, con la quale si allevierà il primo. Riassumendo: per le famiglie a reddito fisso, che traggono ricchezza da settori protetti, il peggio non è alle spalle, ma davanti, perché l’inflazione eroderà i loro quattrini, come la crisi non ha fin qui fatto. Ci guadagneranno i grandi indebitati: Stati, istituzioni finanziarie, imprese.

Non è un male, anzi, può essere un bene, ma a patto che i cittadini ricevano qualche cosa in cambio, in particolare i giovani, destinati a pagare il debito. Più mercato, più legalità, più libertà d’impresa e di formazione, meno tasse e meno burocrazia. E’ l’occasione offerta dalla crisi, che sta andando sprecata, senza riforme strutturali e speranze di un futuro diverso. Ne risentirà la fiducia, e non solo in economia.

Pubblicato da Libero di giovedì 23 aprile 2009

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario