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In scena, il gioco dell’oca processuale

Il pastrocchio del processo breve

Senza lodo Alfano Berlusconi non sarà più al sicuro

di Davide Giacalone - 19 novembre 2009

Se avesse detto che non ritiene opportune le elezioni anticipate, Silvio Berlusconi sarebbe risultato credibile, se non proprio convincente. Se dice, invece, di “non averci mai pensato”, chiede troppo. Molteplici segnali depongono in senso diverso. Diciamo che, se non altro, l’argomento è stato soppesato, e non è detto non siano ancora in corso opportune valutazioni. Ammettiamo, però, con un certo sforzo, che questa sia l’ultima parola, conclusiva di un ragionare e chiacchierare politico che s’era fatto forte. In questo caso, che succede ai processi in cui è imputato? Già, perché le elezioni erano considerate (da altri, non da noi, che ne scrivemmo in un contesto tutto politico) anche un antidoto ai procedimenti in corso.

Come è noto, non esiste più alcuno scudo a difesa del presidente del Consiglio. Non gli potrà capitare, come capita a Jacques Chirac in Francia, di essere processato, per faccende di tangenti e assunzioni, solo dopo la fine dell’incarico istituzionale. Non solo i processi riprendono, ma in uno di essi, quello che coinvolge l’avvocato inglese David Mills, si è giunti alla singolare e curiosa situazione in cui il presunto corrotto è già stato processato in due gradi di giudizio, e ritenuto colpevole di un reato che è, per sua natura, a concorso necessario, vale a dire che presuppone un corruttore, sicché Berlusconi, il presunto corruttore, si trova alla prima casella del gioco dell’oca processuale, ma con fatti che sarebbero già stati dimostrati in un processo in cui né lui né i suoi legali hanno potuto mettere becco. E, per non farci mancare nulla, in estrosità togata, si potrebbe condannare il corruttore con una specie di sbrigativo copia incolla della condanna altrui, nel mentre, magari, la cassazione manda assolto il primo condannato, smentendo il presupposto accusatorio.

Possibile che le cose vadano in questo modo? A parte il caso specifico, e l’appena formulata ipotesi fantasiosa, non credo. S’intrecciano, tanto per cambiare, considerazioni giuridiche e azione politica. La conclusione dei processi a Berlusconi è assai meno prossima di quel che taluni credono, perché prendendo in parola la Corte Costituzionale è vero che è caduto il lodo Alfano, ma è rimasto in piedi l’articolo 486, comma 5, del codice di procedura penale, che disciplina il “legittimo impedimento” dell’imputato a presenziare all’udienza e, pertanto, il suo doveroso rinvio. La Consulta c’è tornata diverse volte, in modo chiaro. Nella sentenza 451, del 2005, si legge che tale impedimento, per un parlamentare, è valido non solo quando ci sono delle votazioni, ma per ogni altro lavoro legislativo o ispettivo, e che, pertanto, le udienze si dovrebbero mettere in programma per quando il Parlamento è chiuso (peccato che i giudici vadano in vacanza contemporaneamente!).

Nella sentenza 263, del 2003, la Corte insiste nell’affermare che “il giudice non può, al di fuori di un ragionevole bilanciamento fra le due esigenze, entrambe di valore costituzionale, della speditezza del processo e della integrità funzionale del Parlamento, far prevalere solo la prima, ignorando totalmente la seconda”. Così anche l’anno successivo, con la sentenza 284. Berlusconi, oltre tutto, non è solo parlamentare, ma anche presidente del Consiglio, ed un collegio di difensori che operasse più in aula che sui giornali potrebbe agevolmente, ma cortesemente e rispettosamente, impedire il procedere dei lavori.

Questo, per essere realisti e non raccontare bubbole. Tutto ciò, senza alcun bisogno delle stramberie contenute nel “processo breve”, che, come scrivemmo subito, se dura sempre sei anni non è breve manco per niente, e se il primo stadio, contando dalla richiesta di rinvio a giudizio, deve concludersi entro due anni è come dire che possiamo buttare tutti i corrispondenti fascicoli pendenti nei tribunali d’Italia. Si aggiungano le altre considerazioni, qui già svolte.

Il legittimo impedimento, però, è una tecnica processuale, che non soddisfa esigenze politiche. La Corte Costituzionale lo aveva detto, fra le righe, già la prima volta, all’epoca del lodo Maccanico-Schifani, e lo ha gridato la seconda: se volete adottare uno scudo, dovete farlo con legge costituzionale. Quindi, mentre gli avvocati fanno gli avvocati, i politici facciano i politici e mettano in moto la macchina legislativa. Per le leggi costituzionali non è velocissima, ma questo non è un buon motivo per perdere tempo, anzi, il contrario. A quel punto ci sarebbe un testo sul quale misurare la volontà e la coerenza di ciascuno, compresi quelli che, in questi giorni, hanno detto: piuttosto che il pastrocchio del processo breve, fate una legge costituzionale per lo scudo. Eccola, si risponderebbe loro.

Chissà che, a quel punto, non si riescano a trovare le condizioni per tornare a governare il Paese, oppure, e non lo escludo affatto, non ci sia una concreta ed immediata occasione per far saltare il tavolo e considerare insostenibile la perdita di tempo.

Pubblicato da Libero

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