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Libertà personali e sicurezza

Il paradosso delle democrazie

L’Italia non ha giustizia. E’ solo un Paese meno libero

di Davide Giacalone - 18 marzo 2008

Un Paese in cui i cittadini sono più controllati non è un Paese più sicuro, solo meno libero. Un Paese in cui, oramai, si misura l’audience telefonica e quelli all’ascolto sono sempre più numerosi di quel che si desidera, non è un Paese più capace di combattere i criminali, semmai un Paese in cui violare l’intimità e la riservatezza è un crimine opera di un’associazione cui partecipano la magistratura, alcune società private e quasi tutti i mezzi d’informazione e diffamazione. Non ha più neanche importanza se ci si trova dalla parte dei carnefici o delle vittime, dei buoni o dei cattivi, perché le nostre vite sono a disposizione di una setta che ritiene di potere fare di tutto, senza mai risponderne. Una setta che ha l’aggravante di non essere segreta.

C’è un punto, un concetto fondamentale, che sfugge alla comprensione di molti, un problema drammatico per non affrontare il quale la si butta in rissa, come se lo schiamazzo possa mai coprirlo: non può esserci difesa delle libertà personali in un Paese che non ha giustizia. E l’Italia non ha giustizia.

Ci sono casi eclatanti di spionaggio e dossieraggio, così come casi d’intercettazioni protrattesi per tempi sconosciuti alle leggi, ma sono temi offerti al pubblico dibattito, che non giungono al dovuto dibattimento. Non si ripeterà mai abbastanza che è del tutto inutile parlare di severità, d’inasprimento delle pene, di tolleranza zero e così via sproloquiando se poi non funziona la giustizia, se non si sa distinguere, in tempi ragionevoli, fra colpevoli ed innocenti.

Prendete lo stesso programma presentato dal Partito Democratico, che pure fa un lodevole sforzo per entrare nel ventesimo secolo nel mentre scorre il ventunesimo, e leggete cosa hanno scritto sulla giustizia: aumentare le pene, magari castrare chimicamente i pedofili, aumentare la carcerazione preventiva, renderla più frequentemente obbligatoria, eseguire le sentenze dopo il primo grado. Il trionfo del giustizialismo senza giustizia, perché manca l’unica cosa utile: celebrare i processi in tempi equi, nel rispetto delle garanzie per l’imputato. Prendete il programma del Popolo delle Libertà, e non ci trovate neanche il coraggio di dire l’ovvio: la riforma Castelli fu acqua di rose, occorre la separazione delle carriere.

Quando la giustizia non funziona la società diventa, al tempo stesso, lassista e feroce, impotente e rabbiosa, incapace di punire e vendicativa. Noi lo diciamo da molti anni, ora un po’ tutti cominciano a capire che il triviale giustizialismo fascistoide della sinistra ha creato il paradiso dei colpevoli e l’inferno degli innocenti. L’incapacità riformista della destra ci consegna la rissa continua senza alcuna soluzione.

Abbiamo la peggiore giustizia d’Europa, ma invadiamo le libertà personali ed intercettiamo i cittadini più di tutte le altre democrazie del mondo. Non sono due dati in contraddizione, ma il racconto della medesima storia.

Il frutto di questo lavoro giustizialista, poi, non va al vaglio dei tribunali, anche perché spesso manca il reato. Viene allora passato ai velinari in servizio permanente effettivo presso il mondo dell’informazione. Sono questi signori che ti notificano l’avviso di sputtanamento, che accedono alla tua vita privata e vi scorrazzano indisturbati. Molti credono che questo avvenga solo a chi calca la pubblica ribalta, magari solo a chi ha effettivamente qualche cosa da nascondere. Chi lo crede vada a fare qualche domanda alle maestre accusate di pedofilia, quelle per cui è dovuto sfilare il parroco nella speranza che uscissero di galera. Il loro stipendio non basta a pagare gli avvocati, in un processo che ancora dura. Mentre il patrimonio di giornali e televisioni non basterebbe a pagare i danni loro arrecati.

Credo che i giornalisti portino sulle loro spalle una grande responsabilità, che anch’essi siano cittadini di quell’Italia storta che ignora il diritto e calpesta i diritti. Il Parlamento varò una legge che proibiva di ritrarre le persone in manette. Lo vedete com’è finita: pubblicano la foto, trasmettono il filmato, mettendo un pallino bianco sugli schiavettoni. Che altro dovete sapere per comprendere a che punto è arrivato il degrado?

La notizia, ti rispondono, deve sempre essere data. Certo, come anche la parola a chi si vede accusato, ed invece gli viene sempre negata. Da noi uno ti violenta e l’altro ti tiene la mano sulla bocca. E se capita che la giustizia arrivi, dopo anni, a sancire l’innocenza, a quel punto ti dicono: non fa più notizia, due righe in cronaca e con un titolo che ricorda l’accusa. Delle misure si possono prendere, ma non sono le leggi a poter risolvere il problema. Sono i giornalisti a doversi interrogare sul perché la credibilità dei giornali sui quali scriviamo è scesa così in basso. Sono i giornalisti a dovere recuperare l’onore di un onorato mestiere, che richiede e comporta l’estraneità dai poteri, compreso quello dei magistrati.

L’Italia si è anche dato un garante della privacy (che è in inglese anche nel sito ufficiale, segno che avevano difficoltà a spiegarsi nell’idioma nazionale). Io, come tutti, firmo quintali di carte liberatorie per il trattamento dei miei dati personali. Ma è capitato che dei delinquenti mi abbiano attribuito attività criminali al servizio di parenti mafiosi, che non faccio e che non ho. Non mi hanno mai neanche indagato, ma in compenso lo hanno pubblicato i giornali. Con calma, pacatamente, mi sono rivolto al garante. Mi ha risposto che non era competente. Negli stessi giorni, non richiesto da nessuno, interveniva per proibire la pubblicazione di una notizia, vera, relativa ad un signore che si fermava a chiedere l’ora a tutti i travestiti del viale, per essere sicuro. Sono andato a trovarlo, il garante, e gli ho chiesto: ma che senso ha? Mi ha risposto: quella è roba che riguarda la vita sessuale quindi la privacy. Chiedere l’ora? Ad averlo saputo avrei potuto dire che con il mafioso avevo una relazione omosessuale, così l’avrei tolto dall’imbarazzo.

Vedete: il primo garante della privacy fu il presidente del partito democratico di sinistra, il secondo, ed attuale, un amico di Prodi. Non c’è nulla di normale, e di accettabile, in questo. La nostra sicurezza dipende anche dalla capacità di accumulare informazioni. L’attentato alla metropolitana di Londra dimostrò che la fitta ed efficiente rete di telecamere, che copre la città, non era in grado di prevenire l’attacco, ma era perfettamente in grado di identificare i colpevoli, seguirli a ritroso nel tempo, osservare da dove erano partiti e con chi avevano avuto contatti, quindi arrestarli tutti, assieme ai complici. Esempio eccellente di controllo non avvertito ma efficace. Violavano le libertà individuali, quelle telecamere? Non scherziamo. Certo, seguono tutti ed ovunque, ma se non vai a mettere bombe non ci sono problemi. Potremmo farlo anche noi? Direi che dovremmo: basterebbe mettere delle telecamere davanti agli obiettivi sensibili, commercianti e tabaccai compresi, per veder diminuire i furti. Ma per muoversi in questa giusta direzione si deve essere sicuri che quelle immagini siano immagazzinate in una fortezza inviolabile, le cui porte non possano essere divelte né dagli spioni privati né da una qualsiasi inchiesta giudiziaria, altrimenti non solo siamo tutti potenziali colpevoli, ma diveniamo tutti dei pedinati.

Noi non abbiamo gli strumenti giuridici, a tutela dei cittadini, che garantiscano la riservatezza di quei dati. Al contrario abbiamo un diritto colabrodo che ne farebbe delle intercettazioni video, talché, se trasmesse ad una procura, scatterebbe il domino della ripartizione per competenza alla ricerca di notizie di reato. Non è un assurdo, è quel che è già successo con gli ascolti telefonici, anche se illegali. E con ciò si dimostra quel che dicevo all’inizio: siamo più insicuri perché potenzialmente più controllati. Abbiamo il dovere di ammodernare il diritto, di farlo entrare nell’era digitale. Le cose da farsi sono tante, dall’abolizione dell’assurda ed iniqua obbligatorietà dell’azione penale all’adozione della civile e doverosa separazione delle carriere.

Ci sono forze che si oppongono a questo. Siano riconosciute come le forze che si oppongono alla civiltà del diritto, alla difesa della sicurezza, alla tutela dei diritti individuali. I diritti dell’impresa sono la proiezione nel mercato dei diritti individuali. Tutti assieme creano il diritto collettivo a vivere in un Paese pulito e capace di creare ricchezza.

Si riflette poco sul fatto che il collasso della giustizia civile, e delle autorità di controllo, provoca un irrimediabile inquinamento del mercato. Abbiamo documentato pubblicamente, nel dettaglio, cifre alla mano la devastazione portata da una scalata societaria condotta utilizzando società opache, di cui neanche si conoscevano i soci (fra i quali un Oack Found, un Fondo Quercia), e con l’appoggio dell’allora presidente del consiglio, Massimo D’Alema (del tutto casualmente capo del partito della Quercia). Abbiamo raccontato di come, in quel modo, dopo una pessima privatizzazione senza liberalizzazione, si è distrutta una multinazionale italiana e la si è spolpata riducendola ad un operatore regionale preda di chi, nel frattempo, è divenuto multinazionale. Ma non è successo nulla.

Poi tutto finisce sul tavolaccio autoptico della giustizia penale, dove, per definizione, vanno i cadaveri. Ma nessuno osa ricordare una solare verità: chi era il presidente della Consob che non intervenne, che, anzi, tacque perché glielo aveva chiesto il governo? Era un candidato, non eletto, del partito democratico della sinistra, oggi piazzato in una municipalizzata da un sindaco di sinistra: quel Veltroni che ancora, evidentemente, non aveva maturato l’esigenza del rinnovamento. In compenso: cosa ha fatto la destra a seguito delle nostre documentate denunce? Niente.

A questi idolatri tardivi del mercato vorremmo ricordare, noi che il mercato abbiamo difeso quando loro volevano pianificarlo e comunistizzarlo, che va regolato, controllato e va punita la devianza. In un Paese dove non si riesce ad avere ragione di un fallimento, o di un assegno a vuoto o di una truffa ai consumatori, non ci si meravigli per il crescere della patologia penale. Ed in un Paese dove le sanzioni non funzionano non ci si meravigli se intere zone finiscono sotto al dominio della delinquenza organizzata, dove la sanzione prescinde dalla giustizia.

La sinistra esamini con attenzione quel che è successo in Campania, scavi nella spazzatura che ha avvelenato la gente e diffamato l’Italia, e trovi nella storia dei propri uomini il resoconto di un declino che diventa degrado.

Siamo stufi di parlare delle anomalie italiane. Siamo stufi di vivere in un Paese dove l’insipienza, la viltà e l’incapacità della classe politica ha posto le leggi al servizio di una corporazione, storcendo il diritto nel suo contrario. Siamo stufi di considerarci tutti colpevoli fino a prova del contrario.

Ma non vogliamo andare a vivere altrove, vogliamo cambiare l’Italia. Per restituirla alla sua migliore tradizione e storia, chiudendo un’orrida stagione apertasi nel biennio 1992-1994. Una stagione che ancora secerne veleno, c’impoverisce, ha soppresso le energie migliori e prodotto conseguenze vergognose. Vogliamo un’Italia che abbia un giudice cui rivolgersi, senza prima dovere chiedere a quale corrente è iscritto e di chi è amico.

Capita, oggi, che gli stessi responsabili politici di quel biennio, gli stessi che mossero guerra ai loro avversari politici chiamandoli ladri, gli stessi che auspicarono la galera, l’esilio e non si fermarono neanche davanti alla morte degli uomini che erano stati dalla parte del riformismo e della democrazia, nel mentre i vocianti lanciatori di monetine si nutrivano con soldi sporchi di sangue, inviati loro da una potenza militarmente nemica dell’Italia, della libertà e dell’umanità, quegli stessi dicano, oggi: basta con i toni accesi, basta con la rissa. Va bene.

Ci stiamo. Non cerchiamo nessuna vendetta e la condizione del Paese richiede capacità di dialogo. Va bene. Ma a due condizioni: si scordino, loro che avevano torto, che marciavano e militavano dalla parte della dittatura e della miseria, di riabilitare chi aveva ragione, lascino perdere la spocchia che si portano appresso, depongano l’arma sudicia del moralismo senza etica e facciano i conti con il loro passato. Noi li facciamo, ogni giorno, e ne traiamo motivi d’orgoglio.

E, seconda condizione, il dialogo significa confronto e scontro di opinioni, idee, proposte. Ben venga la pacatezza, ma questo non può significare minore forza nel far valere le ragioni di una sinistra democratica, riformista, atlantica, di una sinistra che rese migliore l’Italia e che non fu mai subalterna a nessuno, di una sinistra che non fu mai forza autonoma di governo perché la sinistra era largamente occupata anche da una formazione comunista, che lo era nel nome, nei fatti e nelle parentele, che ha fomentato la lunga guerra civile nel corso degli anni della guerra fredda e che ha indebolito le componenti genuinamente dedite agli interessi dei lavoratori, dello sviluppo economico e del progresso civile. Noi questo non potremo mai tacerlo, perché lo dobbiamo ai nostri padri e lo dobbiamo ai nostri figli, cui vogliamo consegnare un’Italia in cui “sinistra” non sia sinonimo di vergogna.

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