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Il Paese necessita di riforme strutturali

Il paradosso della politica italiana

I numeri dell’economia raccontano una realtà pericolosa, che la politica, rimuove o manipola

di Davide Giacalone - 25 giugno 2009

Come ai vecchi tempi del proporzionale, grazie all’uso circense delle parole, anche chi perde le elezioni sostiene d’essere soddisfatto per l’incoraggiante risultato. Se i punti di riferimento fossero razionali, non ci sarebbe spazio per l’illusionismo: quanti voti prendevi e quanti ne raccogli, quanti eletti avevi e quanti ne porti a casa. C’è poco da girarci attorno.

Ma sarebbe noioso, quindi ciascuno s’inventa il proprio metro: sostenevi di stravincere, invece hai solo vinto, quindi perdi. Roba da psichiatria. Franceschini, inoltre, ha portato in politica la teoria consolatoria che s’è elaborata per l’economia: le cose sono andate male e continuano a peggiorare, ma dato che cadiamo ad una velocità inferiore vuol dire che siamo in ripresa. Tesi buona per il Nobel alla fantasia.

I numeri dell’economia, invece, raccontano una realtà pericolosa, che la politica, da ambo le parti, rimuove o manipola. Secondo i dati Eurostat riusciamo ad essere abbondantemente sopra la media europea in quanto a costo del lavoro, ma drammaticamente sotto se si valutano i salari netti. I datori di lavoro pagano molto, ma i lavoratori incassano poco. La differenza, vale a dire la pressione di fisco e contributi sociali, è dieci punti sopra la media europea. Aggiungete la produttività in calo, quindi la competitività che deperisce, ed avete il quadro di un Paese che scivola e s’impoverisce.

Neanche riesce a recuperare laddove fa passi in avanti: dal 2000 ad oggi la pressione fiscale sulle aziende è scesa, dal 41,3 al 31,4%. Bene. Ma siccome quel che conta è la distanza relativa dai Paesi con cui competiamo, capita che anche altrove le tasse scendono e la media europea è del 23,5%. Il fisco, quindi, svantaggia le imprese italiane.

Non se ne esce con predicozzi, e neanche con disegnatori di scenari, occorre mettere mano a riforme strutturali: dalle pensioni alla spesa pubblica. Ma ci troviamo nel seguente paradosso: chi governa sostiene che le riforme non siano né urgenti né necessarie, e chi fa l’opposizione le vorrebbe, ma per aumentare la protezione dei protetti e la spesa pubblica improduttiva. Dato il quadro, sarebbe ragionevole avere giovani e disoccupati molto, ma molto arrabbiati, perché destinati all’esclusione. E perché i loro problemi sono stati cancellati dall’agenda politica.

Pubblicato da Libero di giovedì 25 luglio 2009

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario