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Rai: è ora di cambiare registro

Il Paese degli irresponsabili

Per la politica italiana "nulla si crea e nulla si distrugge"

di Davide Giacalone - 02 maggio 2011

La Rai ha macinato il suo ennesimo direttore generale, senza che sia riuscito a cambiare nulla di significativo. Mauro Masi è ora destinato alla Consap, e alzi la mano chi l’aveva anche solo sentita nominare, prima: Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici spa, con unico socio, adesso che lo sapete non siete ancora riusciti a capire a che serve e come occupa il tempo. Un aiutino? Quando fu privatizzato l’Ina (Istituto Nazionale Assicurazioni) si ritenne utile ristatalizzarne alcune funzioni. Tutto qui. La politica italiana s’ispira a Antoine Lavoisier: nulla si crea e nulla si distrugge. Si alimenta, così, una genia specializzatasi nel navigare il procelloso mare delle nomine, del parastato, dell’accollare sé stessi agli altri, senza che sia mai previsto il tornare, prima o dopo, a lavorare nel mercato, affrontando non la concorrenza dei corridoi e delle amicizie, ma quella della produttività e della professionalità.

Masi non ne ha colpa specifica. In quanto alla giostra delle nomine e delle sistemazioni, girerebbe anche se egli decidesse di scendere. In quanto alla Rai, l’ultimo ad avere gestito un potere reale è stato Biagio Agnes, perché la Rai era consustanziale al sistema dei partiti, governata dalla commissione parlamentare di vigilanza e amministrata dal rappresentante del partito di maggioranza relativa. Questo dava un senso alla lottizzazione, che era la forma fisica del pluralismo.

Dato che non esistono più i partiti, trasformatisi in agglomerati d’interessi incoerenti, né la commissione parlamentare, ridotta a declamazione inutile, né la stessa autorità di garanzia, posteggio per poeti e rimessa per amici, la Rai non risponde più ad alcun criterio. Masi, lo ripeto, non ne ha colpa. Ma questo è il Paese degli irresponsabili: non dipende da me, io che ci posso fare, fan tutti così. Difatti è il Paese che s’impoverisce nell’immobilità.

Dato l’epilogo non brillantissimo, Masi ha lanciato alle sue spalle qualche chiodo a tre punte. Michele Santoro, ad esempio, non trattò solo la propria uscita e i propri soldi, che sarebbero stati, si seppe nel maggio scorso, circa 2,5 milioni. Non bruscolini. Santoro negoziò per il proprio gruppo, che sarebbe costato, alla Rai, 14 milioni. Si può appuntare la propria attenzione sull’ex maoista che quota la propria presunta libertà al borsino dei ricatti. Ma è la cosa meno rilevante: Santoro è bravo e approfitta dell’esser circondato da molluschi. Il punto è un altro: la Rai è composta da corpi separati, da un mercato di produzioni che si tiene, come la trattativa con Santoro, nella più totale opacità. Ma con soldi dei contribuenti. Un maxi-ultra scandalo che viene coperto dietro menate insulse a base di libertà e pluralismo. Balle, lì si parla di talleri e ci sono solide cordate spartitore.

Masi ci fa anche sapere che fu la sinistra a bloccare un ticket per Rai 3: Enrico Mentana direttore del tg e Giovanni Minoli della rete. Bella scena, non del tutto incomprensibile: diciamo che il cognome dell’attuale direttore, Berlinguer, suona meno umiliante, per gli ex comunisti, di due ex craxiani. Ma la domanda è: dove fu bocciata, quella proposta? Non alla commissione parlamentare. Allora, dove? Perché anche questa partita s’è svolta nell’oscurità, ed oggi ne veniamo a conoscenza perché il direttore bruciato s’è anche scocciato. Ripeto: sono soldi dei contribuenti, forse qualche cosa in più sarebbe giusto sapere.

L’editoria televisiva italiana è immersa in plurimi conflitti d’interesse. C’è quello del centro destra, guidato dal proprietario del più importante gruppo privato. C’è quello della sinistra, vincolata ai lottizzati e interessata a lottizzare, sicché non difende la Rai editore, ma la Rai dispensatore. E c’è quello dei più noti e influenti opinionisti televisivi, che fan soldi a secchiate, grazie all’oligopolio delle opinioni, nel quale sono stati lasciati.

Non si tratta, allora, di cambiare direttore generale, ma di cambiare musica: la Rai va messa sul mercato, va venduta, ben oltre i ridicoli limiti oggi consentiti dalla legge. Se proprio si vuole lasciare in vita una cosa chiamata “servizio pubblico”, ammesso e non concesso che qualcuno sia in grado di definirlo, basta e avanza una rete. Netto taglio alle spese, quindi fine del canone. Questa è la trasmissione più bella, che ci piacerebbe vedere.

Pubblicato da Libero

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