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Battiamoci affinche' siano rispettati i diritti di ciascuno

Il padre e il giudice

Il processo ai violenti non dobbiamo farlo qui o in qualche studio televisivo, ma nei luoghi preposti

di Davide Giacalone - 21 ottobre 2011

Per come funzionavano i padri, quando facevano i padri, il problema non sarebbe stato l’arresto, ma la scarcerazione, quindi il ritorno a casa e il lesto passaggio dalla contestazione alla punizione. Avessero fotografato me, nel mentre avessi lanciato non un estintore, ma anche solo un sasso o una bottiglia, contro le forze dell’ordine, la cosa che avrei temuto di più non sarebbe stato l’incontro con il giudice, ma con mio padre. Lì la clemenza me la sarei potuta scordare. E non erano dei selvaggi, o dei sadici, i padri che facevano i padri, ma persone cui non sfuggiva la loro responsabilità: dare l’esempio e far sapere ai figli che gli errori si pagano.

Figli si nasce, padri si diventa. Lo sono divenuto e, da genitore, comprendo il dolore di quelli che ieri hanno sperato di riabbracciare i figli, fuori da Regina Coeli. Non un bel posto. Invece il giudice delle indagini preliminari ha confermato tutti gli arresti, tranne uno, considerando quei cittadini pericolosissimi, in quanto responsabili (non da soli) delle violenze che hanno sconvolto Roma e l’Italia, sabato scorso. Capisco meno, invece, l’ansia di giustificarli. Ho l’impressione che sia anche il desiderio di non essere giudicati. Perché ci sono due sole possibilità: che siano innocenti o colpevoli. Nel primo caso, ci torno subito, meritano le scuse. Nel secondo non è opportuno né far finta di niente né minimizzare, perché, come un tempo ben si sapeva, e come ancora si sa in tantissime famiglie per bene, se non si è capaci di stroncare sul nascere una devianza quelli diventano delinquenti ancora più pericolosi. Posto che delinquenti lo sono di già.

Parlo in generale e senza nominarne i cognomi, perché fra le cose che non sopporto c’è il cannibalismo mediatico, l’uso dei casi specifici per allestire lo spettacolo dell’informazione non ragionata. A ciascuna di quelle persone auguro ogni bene, compreso il subire una giusta pena, se colpevoli. Ma i genitori che proteggono a prescindere, quelli che non hanno visto mai le mazze ferrate e le pessime frequentazioni, che non si sono accorti del calcio vissuto come battaglia e dei cortei praticati come palestre di violenza, cosa credono di ottenere? E’ fin troppo chiaro come finiscono queste storie: malissimo. Forse i nostri figli non hanno alcun bisogno che si proiettino su di loro le nostre paure e li si protegga dalla vita, ma che, al contrario, li si consideri persone, li si cresca con speranza e si presenti loro il conto del bene e del male. Come può fare un genitore.

Ora, però, sono nelle mani della giustizia. Ora è bene che ciascuno ripassi i pilastri della civiltà: nessuno di loro deve essere considerato colpevole fin quando una sentenza definitiva non lo stabilisca. Ed è qui l’essenziale: spero che ciò avvenga presto, ma non per smania repressiva (sono favorevole alla repressione), ma per il loro bene. La cosa peggiore che possa capitare loro è una sentenza di condanna che arrivi dopo anni, spezzando una vita o non ponendo rimedio al suo disfarsi nella distruzione e nell’autodistruzione. Il tempo perso sarebbe per loro una pena aggiuntiva, il che ci ricorda che una giustizia giusta, amministrata in tempi ragionevoli, è una garanzia per la collettività, una speranza per l’innocente e un diritto anche del colpevole.

Il processo ai violenti non dobbiamo farlo qui, o in qualche studio televisivo. Qui dobbiamo batterci perché siano rispettati i diritti di ciascuno, compreso quello a non avere terroristi in circolazione.

Pubblicato da Il Tempo

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