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Meglio guardare al modello tedesco

Il “pacchetto” francese

Se sulle riforme si fa sul serio, meglio abbandonare l’idea del semipresidenzialismo à la Sarko

di Enrico Cisnetto - 09 aprile 2010

Allora, sulle riforme si fa davvero sul serio? Stando al gossip sugli irrituali vertici di Arcore, sembrerebbe di sì e che si voglia cominciare da quelle istituzionali. Bene. Nonostante che il sul metodo ci sarebbe molto da ridire, e nonostante che la logica di scambio tra Pdl e Lega andrebbe meglio indagata, vale la pena dare credito all’ipotesi. Ma siccome l’unico modo per fare sul serio è entrare nel merito, dico subito che se il risultato sarà – come si vocifera – il combinato disposto tra un assetto istituzionale e una legge elettorale di tipo francese e un’articolazione dei poteri ancor più accentuatamente federale del sistema localistico-regionale che la Seconda Repubblica ha partorito fin qui, proprio non ci siamo.

Ed è sperabile non solo che Udc e Pd non ci stiano, ma che anche dentro il centro-destra qualcuno che ha più sale in zucca dica con chiarezza che quella è la strada sbagliata. Non perché, si badi bene, non abbia piena legittimità l’ipotesi del semipresidenzialismo stile Quinta Repubblica francese. Certo, se si dovesse fare un bilancio dei 52 anni di vita della Cinquième République voluta da De Gaulle, si potrebbe dire che le 23 volte che la Costituzione transalpina ha dovuto subire cambiamenti e i molti anni in cui il doppio ruolo di Capo dello Stato e di premier è stato ad appannaggio di leader di partiti avversi o che il secondo è stato semplicemente strumento del primo, testimoniano una riuscita non proprio esaltante di quella formula istituzionale. In più noi non abbiamo né il Generale, né la crisi algerina, che giustifichino quella scelta.

Tuttavia, non è questo che conta. I motivi di dissenso, e di preoccupazione, sono altri. Primo: il “pacchetto” francese perché abbia un senso va preso tutto insieme, e consta non solo del semipresidenzialismo, ma anche della legge elettorale maggioritaria a doppio turno e di un assetto in cui lo Stato centrale ha tutti i poteri e il decentramento è affidato quasi esclusivamente ai 36 mila municipi, che hanno compiti di pura amministrazione. Si vuole modificare il sistema elettorale in quella direzione nonostante che la Lega si sia sempre opposta? E come si concilia il super-federalismo di Bossi con un assetto istituzionale centralista? Temo che la risposta sia: dall’esperienza francese prendiamo solo qualcosa, e scartiamo ciò che non ci piace o non ci fa comodo.

E di “vie italiane” in questi anni ne abbiamo sperimentate fin troppe – è bene ricordarcene proprio in questi giorni in cui escono le anticipazioni di un libro di Mariotto Segni che rivendica il ruolo, a mio avviso pernicioso, che hanno avuto le sue proposte per la Seconda Repubblica – per non avere terrore di questa eventualità. Secondo: anche se fosse scelto il “pacchetto”, siamo sicuri che un bipolarismo armato come quello che abbiamo realizzato si possa permettere di adottare una modalità in cui il presidente è di una colazione e il premier di un’altra? Terzo: visto che il nostro problema sono state le coalizioni spurie, create con l’unico fine di vincere le elezioni senza che poi fossero in grado di governare, il doppio turno non porta proprio a rafforzare questo difetto? Quarto: più in generale, siamo sicuri che il tasso di governabilità dell’Italia, con il dna che ha, possa aumentare, e sia opportuno che aumenti, attraverso una formula presidenzialistica, sia essa di tipo francese o americano? Che quel tasso debba aumentare non c’è proprio dubbio, ma sostenere che lo strumento sia dare più potere a uno, eleggendolo direttamente, significa non avere capito quali danni abbiano provocato in questi ultimi 16 anni la personalizzazione della politica e la trasformazione di un sistema parlamentare, per quanto con molti difetti, in un sistema leaderistico peraltro privo di statisti; così come significa non valutare come il potere effettivo del premier sia enormemente aumentato rispetto a quello che c’era nella Prima Repubblica – anche per effetto di vere e proprie forzature costituzionali, come far indicare il presidente del consiglio nella scheda elettorale quando invece è il presidente della Repubblica che lo sceglie e il parlamento che lo vota – senza che per questo sia più capace di decidere, anzi.

Al contrario, l’unico modo per normalizzare la fallace politica italiana è, a mio avviso, quello di mutuare dalla Germania sia il suo sistema elettorale (rappresentanza delle diversità con il proporzionale, ma semplificazione attraverso lo sbarramento), sia la sua modalità di funzionamento (cancellierato, sfiducia costruttiva, diversificazione delle funzioni delle Camere), sia il suo assetto istituzionale (poche macro-regioni, i lander, ma coordinamento centrale che eviti il localismo).

La sinistra pensante ci era arrivata, i riformisti e i cattolici liberali lo hanno sempre detto, ma anche la Lega si era attestata su questa linea, almeno per quanto riguardava la legge elettorale e il cancellierato.

Ora ha rifatto i calcoli dopo i recenti successi e vuole arrivare a palazzo Chigi “sistemando” Berlusconi sul Colle facendogli credere che può fare il Sarkozy? Sia come sia, se il punto di partenza per la riforma costituzionale è il semipresidenzialismo sommato al federalismo che accentua ancor di più la sciagurata modifica del titolo quinto, allora sarà bene che il “partito tedesco” faccia sentire subito e con forza la sua voce.

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