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Buon inizio per Padoa Schioppa, ma non basta

Il nodo è la politica industriale

Il Governo non si può occupare solo di finanza pubblica. Al paese serve anche altro

di Enrico Cisnetto - 03 luglio 2006

Un discreto inizio, ma il difficile deve ancora arrivare e quando sarà il momento la furbizia non potrà bastare. Con i provvedimenti dell’altroieri il governo non ha certo “innescato il motore di avviamento della ripresa italiana” – come ha pomposamente dichiarato Romano Prodi – ma ha fatto tre scelte: una positiva (ha messo mano alle liberalizzazioni), una dilatoria (ha rimandato all’autunno gli impegni più gravosi della manovra di risanamento della finanza pubblica), e una negativa (non ha neppure sfiorato il nodo della politica industriale). In sostanza, è prevalsa la prudenza nei confronti delle parti sociali, sindacato in testa, e la paura di una rottura dei precari equilibri politici su cui si regge la maggioranza di governo, anche se non è mancato uno scatto d’orgoglio riformista – in difesa degli interessi dei consumatori, a danno delle corporazioni più incallite – destinato a produrre un po’ di consenso e simpatia ad un esecutivo finora decisamente opaco.
Così, dopo che il ministro Padoa Schioppa aveva spaventato il sindacato evocando una crisi finanziaria tipo 1992, non senza mettere in ambasce anche gli imprenditori, ecco che il governo ha ridotto a 3,5 miliardi nel 2006 e 5,5 miliardi nel 2007 l’entità della manovra correttiva dei conti pubblici da fare subito, cui si aggiungono i tagli alle spese per 2,2 miliardi in due anni e i 2,8 miliardi di rifinanziamento di Anas e Ferrovie, che non possono che far piacere a chi tiene all’ammodernamento infrastrutturale del Paese. In più, il ministro dell’Economia ha anche fatto in modo che le maggiori entrate non comportino un aumento delle tasse per imprese e privati, ma derivino (almeno sulla carta) da una torchiatura di evasori e percettori di rendite. E infatti la manovra bis dà anche un colpo di spugna ad una delle più importanti misure varate dal precedente governo, disponendo l’abrogazione del concordato fiscale. Un modo per far capire che l’aria è cambiata, e tutti si devono adeguare. Con il pacchetto di liberalizzazioni, poi, il governo ha fatto qualcosa di liberale, talmente liberale che il centrodestra a provvedimenti così semplici eppure così importanti per i consumatori – e a costo zero, come ha ripetuto spesso la Confindustria – non aveva mai pensato. Una mossa di cui va dato merito al ministro Bersani (riformista doc), sempre che qualche suo collega non si spaventi per la reazione arrabbiata delle categorie “penalizzate” e tenti una qualche marcia indietro (vedremo con la pubblicazione dei regolamenti attuativi se si manterranno le premesse, e le promesse, o se il diavolo si nasconderà nei dettagli, come spesso capita in questi casi). Ma siamo appena all’inizio della navigazione, e la nave del governo incontrerà presto due scogli, ambedue molto difficili da evitare. Il primo è la manovrona in preparazione con la Finanziaria, dei cui contenuti dovremmo (il condizionale è d’obbligo) trovare anticipazione nel Dpef: 35 miliardi di solo aggiustamento, cui si devono aggiungere i soldi che si dovranno destinare agli investimenti. Insomma, misure di un’entità non dissimile da quella (92 mila miliardi di lire) che fece toccare il record al governo Amato nel 1992. Ci saranno le condizioni politiche per portarla a termine? La prudenza verso il sindacato, che pure non ci ha risparmiato l’evocazione dello sciopero generale da parte della Fiom, la scerà spazio ad una concertazione “decisionista”?
Il secondo scoglio è strettamente connesso con il primo, e si chiama politica industriale. Si dice che la questione delle questioni sia lo sviluppo, ma finora si è parlato solo di finanza pubblica, mentre di grandi scelte per dare un progetto di crescita al Paese non c’è neppure l’ombra. Eppure la ridefinizione degli spazi e degli equilibri nel capitalismo mondiale, e di quello europeo in particolare, è un processo già in corso da tempo, e rischia di ultimarsi senza che l’Italia si accorga di nulla. La perdita di competitività del capitalismo made in Italy scaturisce dalla sua strutturale inadeguatezza – nanismo, scarsi investimenti, insufficiente impiego di manodopera qualificata, poca spesa in ricerca e innovazione, minori impieghi di denaro in servizi e reti distributive, internazionalizzazione marginale, tendenza a far ricorso solo al credito a breve – rispetto agli standard imposti dalla rivoluzione tecnologica e dal processo di globalizzazione. Se non si interviene su questi fattori strategici, specie all’inizio di una legislatura, e invece ci si continua ad affidare a misure congiunturali di mero sostegno ai consumi e all’intera platea delle imprese, non potremo mai agganciare la ripresa.
Coniugare risanamento, sviluppo ed equità, dice Prodi. Bene. Ma per farlo occorre che si formi una volontà comune di (ri)scrivere regole che aiutino il Paese a modernizzarsi, sia sul piano politico-istituzionale che economico. Un grande patto tra mondo politico e parti sociali, per il quale un’Assemblea Costituente potrebbe essere lo strumento più idoneo. Chi ha il coraggio di sottoscriverlo si faccia avanti. pubblicato su Il Gazzettino e La Sicilia del 2 luglio 2006

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