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Una nuova rappresentanza degli interessi

Il mondo va alla rovescia?

Draghi con i giovani, Marchionne con gli operai. E sindacati e Confindustria?

di Enrico Cisnetto - 29 ottobre 2007

Il mondo alla rovescia. Questo viene da pensare mentre, da un lato, si osserva il Governatore della Banca d’Italia fare il buon sindacalista nel chiedere a gran voce che il reddito torni a crescere, facendo notare che i livelli retributivi italiani sono i più bassi d’Europa, e che la riduzione dei salari d’ingresso non è stata accompagnata da profili di carriera più rapidi, e quindi il sistema difetta ancora di meritocrazia. E dall’altro, si trasecola nel vedere la Fiat anticipare in busta una parte dell’aumento salariale atteso dal rinnovo del contratto dei metalmeccanici, scatenando con ciò la reazione nei confronti di quell’impunito in pullover di Marchionne dei conservatori delle due burocrazie, quella sindacale che (esplicitamente) si lamenta di essere stata “scavalcata” nel rapporto con i lavoratori e quella confindustriale che (silenziosamente) mugugna per la paura che il contratto scappi di mano. Ma basta grattare un pochino la superficie per rendersi conto che non ci troviamo di fronte a un impazzimento generalizzato (al quale anche Montezemolo, complimentandosi con Draghi, sembrerebbe aver aderito), ma soltanto alla presa di coscienza, da parte di una parte minoritaria ma significativa del nostro establishment, che l’epoca del costo del lavoro “variabile decisiva” (risposta necessaria alla lunga stagione del salario “variabile indipendente”) è finita. E che è necessario rifondare il nostro modello di relazioni industriali allontanandosi il più possibile da quello che vede i padroni delle ferriere contrapposti al sindacalismo massimalista.

Sarebbe d’uopo, adesso, che Confindustria e sindacati rispondessero a questo “cambio di prospettiva” con un atteggiamento dello stesso segno. Ovvero: le rappresentanze dei lavoratori, se vogliono aumenti salariali significativi, devono abbandonare la rigidità della contrattazione nazionale a favore di quella aziendale e individuale, premiando così la produttività. Allo stesso modo, gli imprenditori facciano tesoro della mossa della Fiat (seguita a ruota dalla Riello) capendo una volta per tutte che è proprio “scavalcandolo a sinistra” che si mette fuorigioco il sindacato “conservator-massimalista”. Ma per fare questo, il sistema delle imprese deve anch’esso adottare criteri meritocratici al suo interno: le organizzazioni dei produttori abbiano il coraggio di scegliere chi rappresentare, sapendo che continuare a voler tenere tutte le imprese nello stesso mazzo significa sacrificare la riconversione del nostro apparato produttivo.

Altrimenti, il sistema dei veti contrapposti continuerà sì a legittimare le parti in causa, ma al prezzo di mantenere ancora tutto il Paese nell’immobilismo che lo paralizza d quasi due decenni. Per gli attori in gioco, insomma, c’è bisogno di una doppia – e possibilmente simultanea – presa di coscienza: da una parte, le imprese comprendano finalmente che, per avere la flessibilità che serve loro allo scopo di adeguare la produzione al mercato, devono mettere mano pesantemente al portafoglio. E i sindacati, dal canto loro, accettino di rinunciare al tabù del licenziamento mettendo in conto una quota significativa di flessibilità anche in uscita. Le due cose insieme non sembrano impossibili da far comprendere agli associati di entrambe le rappresentanze. Basta solo un po’ di coraggio. Sempre che qualcuno ce l’abbia.

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