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L'editoriale di Società Aperta

Il momento della verità

Per governo e Quirinale, poche ore a disposizione. E solo Napolitano, Berlusconi e Renzi,possono provare a risolvere la crisi

di Enrico Cisnetto - 14 aprile 2013

Cento ore. Solo cento ore. Tanto è rimasto, quasi 50 giorni dopo le elezioni, alle residue speranze di veder dare un governo al Paese e di riuscire ad eleggere in una delle tre votazioni a maggioranza qualificata un Presidente della Repubblica che, proprio perché supportato da un vasto consenso, sia di garanzia per tutti, forze politiche e cittadini. Si tratta di speranze sempre più vane. E non solo perché il tempo scarseggia, mentre è quasi infinito quello che si è sciaguratamente buttato via. No, le aspettative sono declinanti soprattutto perché fin qui nessuna base è stata posta per costruire un minimo di accordo.

Già, il cancro del bipolarismo malato è stato talmente pervasivo – come Società Aperta non si è stancata di denunciare fin dal nascere della Seconda Repubblica, frutto bacato di un falso cambio di regime politico – da impedire che, di fronte ad un voto che sia per ragioni numeriche che politiche richiedeva una diversa assunzione di responsabilità rispetto alla solita contrapposizione cieca, ci fosse la capacità, non fosse altro per spirito di sopravvivenza, di mettere da parte i vecchi schemi. Non è certo lanciando manifestazioni dal chiaro sapore elettoralistico come quelle di Bari (Pdl) e Roma (Pd) che si dimostra di voler evitare la deriva del voto anticipato. E, si badi bene, non è accaduto che si mettessero le basi di una qualche intesa neppure di fronte al ripresentarsi, puntuale come un orologio svizzero, dell’arma giudiziaria e dello sputtanamento mediatico: pur puntata alle tempie di molti protagonisti, come al solito tutti hanno reagito fregandosi le mani all’idea che i colpi in canna potessero decimare gli avversari, vicini e lontani (ma in vent’anni non hanno ancora imparato che trattasi di roulette russa che non ha risparmiato quasi nessuno?).

Enrico Letta, commentando l’incontro tra Berlusconi e Bersani – unica concessione al buonsenso nel dopo elezioni – ha detto che “siamo solo all’inizio”. Dopo un mese e mezzo buttato nel water questo sarebbe solo l’inizio? Ma non è neppure l’inizio della fine, visto che essa è molto più vicina di quanto lorsignori non immaginino. Si sente dire in giro sempre più spesso che sarebbe interesse sia del Pd che del Pdl tornare subito alle elezioni perché i pentastellari di Grillo hanno mostrato la loro pochezza e dunque una fetta importante degli otto milioni e rotti di voti che si sono presi il 25 febbraio saranno restituiti ai partiti di provenienza. Follia. La stragrande maggioranza di chi ha votato i grillini non l’ha fatto per i contenuti (sic) del loro programma o perché si attendesse una qualche loro capacità di partecipare alla dinamica politica e di conseguenza perché si dovessero prendere la responsabilità di dare un governo al Paese. No, hanno dato il voto a Grillo (e solo a lui, non agli sconosciuti candidati) per mandare quel “vaffa” che il comico aveva avuto la furbizia di sdoganare pubblicamente ai professionisti della politica, e che gli italiani da tempo coltivavano dentro di loro. Per spazzarli via – ma non per questo volendoli sostituire con i grillini – o per mandar loro l’ultimo avvertimento. Per questo, Bersani e Berlusconi s’illudono se credono di poter prendersi la rivincita: se costringeranno gli italiani a tornare alle urne, per di più con questa maledetta legge elettorale, senza aver combinato nulla, anzi avendo dato ancora una volta prova, offrendo uno spettacolo indecoroso, di inconsistenza e irresponsabilità, non solo non recupereranno neanche uno dei 10 milioni di voti che complessivamente hanno perso a favore di Grillo o dell’astensione, ma ne perderanno molti altri ancora.

Il fatto è che l’Italia, messa in ginocchio da una recessione senza fine che ne sta minando l’ossatura industriale – si vedano i reiterati gridi d’allarme di Confindustria – e giudicata dall’Europa un paese appestato che può contagiare l’eurosistema, non si può assolutamente permettere l’ennesimo fallimento politico. E siccome con l’aver anteposto la ricerca del nuovo Capo dello Stato alla formazione di un governo i partiti sono già a metà dell’opera fallimentare, non rimane che appellarci a chi, in questa residua fase, avrebbe la possibilità – volendolo, e mettendo in campo una certa dose di coraggio – di sparigliare il gioco al massacro che è in atto. Sostanzialmente, tolto chi non si spenderebbe mai e chi anche facendolo non sposterebbe, ne rimangono tre di interlocutori a cui rivolgere una preghiera (laica) perché prendano subito un’iniziativa: Napolitano, Berlusconi, Renzi.

Partiamo da Napolitano, l’uomo che fin qui ha mostrato più lucidità e coraggio pur nella consapevolezza di aver messo i piedi – a volte uno, a volte entrambi – oltre la linea che traccia il confine delle sue competenze istituzionali. Caro Presidente, Lei ieri nel presentare il documento programmatico scritto dai saggi, ha detto che su quelle proposte i partiti potrebbero convergere ma che sarà il suo successore a tirare le conclusioni di questo lavoro. Comprendiamo le ragioni di questa sua indicazione, ma non la condividiamo. Al di là del fatto che quel documento andrà studiato ma che a una prima occhiata non presenta significativi colpi d’ingegno rispetto al solito bla-bla politicamente corretto, in tutti i casi nulla fa pensare che la convergenza realizzatasi in seno ai “dieci” possa automaticamente trasmettersi a Pd e Pdl. In realtà, se c’è una possibilità di fare un governo, essa è solo ed esclusivamente nelle sue mani, signor Presidente. Per questo le chiediamo, con deferenza ma con non meno fermezza, di fare ora quel che, comprensibilmente, non si è sentito di fare tra la sera del 28 e la mattina del 30 marzo, cioè tra quando ha tolto (solo di fatto) il pre-incarico a Bersani e quando ha annunciato la scelta dei saggi: incaricare una figura istituzionale (per esempio, il presidente della Corte Costituzionale) di provare a formare un governo. Non può concedere a un altro ciò che non ha è concesso (per fortuna) al segretario del Pd? A parte il fatto che in un’emergenza come questa (quasi) tutto è lecito, ma non si tratterrebbe di mandare il nuovo incaricato comunque alle Camere, ma di fargli cercare una maggioranza su basi e in condizioni diverse da quelle in cui si è mosso Bersani. E se l’operazione riuscisse, saremmo in tempo a vedere il nome di Napolitano su un numero di schede tale da risultare (ri)eletto presidente della Repubblica al primo scrutinio. Già, perché questo è l’obiettivo vero: riconfermare l’attuale inquilino del Quirinale, in modo da evitare che su l’unica figura istituzionale che ancora ha conservato credibilità agli occhi degli italiani, succeda un apocalittico massacro.

E qui scatta la seconda preghiera, quella a Berlusconi. Non essendo mai stati, noi di Società Aperta, né berlusconiani né anti, non facciamo fatica a rivolgerci al Cavaliere, ben sapendo purtroppo che in lui albergano due anime, quella dell’italiano che sinceramente vorrebbe fare qualcosa di buono per il suo paese – anche se in modo paternalistico e senza mai essersi calato davvero nella dimensione politica – e quella dell’uomo d’affari che prima di tutto deve badare ai suoi interessi. E proprio in virtù della consapevolezza di questa “doppiezza”, che gli chiediamo di smetterla con questo continuo gioco delle proposte irrealizzabili. Lasci perdere le aperture a Bersani che vengono trattate come quelle che lo stesso Bersani ha fatto ai grillini, con l’unico scopo di spaccare un Pd che è già lacerato di suo, e faccia l’unica mossa davvero aggregante (perché spiazzante rispetto ai giochi in corso): indichi esplicitamente Napolitano come il nome che verrà votato dal Pdl fin dal primo scrutinio. Sfidi Bersani e tutto il Pd su quel nome, e vedrà che forse si troverà il bandolo della matassa.

Già, la partita è nelle mani della sinistra, ma il gioco può essere pilotato solo da chi sta a destra. E lì ci sta, politicamente parlando, anche Renzi. Ed è proprio per questo che l’ultima preghiera di Società Aperta è rivolta a lui. Come ha visto, caro Sindaco, non è bastata neppure l’apertura di Franceschini per smuovere il suo partito, inducendo chi pensa a fare un accordo con il Pdl su governo e Quirinale – insieme, non prima l’uno e poi l’altro si vedrà – a uscire allo scoperto assumendosi la responsabilità di dire cosa si pensa davvero. Per questo occorre che Renzi smetta di evocare continuamente le urne e si decida a sparigliare fino in fondo, facendo sottoscrivere dai parlamentari a lui vicini o comunque favorevoli alla linea della responsabilità un documento in cui si indichi Napolitano come presidente della Repubblica e si espliciti la proposta di un governo istituzionale a tempo determinato e con obiettivi limitati sostenuto da Pd e Pdl. E se fare questo passo significa porre le basi per una scissione da destra del Pd, pazienza. Anzi, tanto di guadagnato. Perché alle prossime elezioni, sarà necessario che sia in campo un nuovo partito, il Pri-Partito riformista italiano, capace di rompere tanto il Pd quanto il Pdl e con essi archiviare definitivamente il bipolarismo della Seconda Repubblica. No, non un nuovo partitino personale – come Renzi ha detto a più riprese per negare di volersi “mettere in proprio” – ma un nuovo partito liberal-keynesiano che occupi il centro dello scenario politico per acquisire i voti sia dei moderati spaventati e bisognosi di nuove speranze e sia dei progressisti che sono stanchi di una sinistra ossessionata da non avere mai nessuno alla propria sinistra.

Tre preghiere, anzi tre suppliche, che molto probabilmente rimarranno inascoltate. Ma che mettiamo a verbale. Perché prima o poi il tribunale della storia s’incaricherà di attribuire le giuste responsabilità e comminare le relative pene.

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