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Impariamo dai cugini d’Oltralpe!

Il modello d’amministrazione Sarko

L’Italia necessita di una “dieta” alla francese

di Enrico Cisnetto - 14 gennaio 2008

E se fosse accaduta in Francia, l’immonda gazzarra sull’emergenza rifiuti? Se fosse successo oltralpe che un’intera regione venisse sommersa dall’immondizia e che le altre si rifiutassero, con tanto di sit-in e manifestazioni di protesta, di accogliere la spazzatura altrui, usando un diritto di veto cui nessuna autorità dello stato sovrano può opporsi? Ammesso e non concesso che possa mai accadere, a Parigi stanno già mettendo le mani avanti. Tra le proposte elaborate dalla commissione Attali – quella che riunisce esperti bipartisan allo scopo di proporre riforme per l’ammodernamento dello Stato francese, e di cui fa parte anche Franco Bassanini – c’è infatti l’eliminazione, graduale ma definitiva, di quei 100 départements che corrispondono alle nostre province e costituiscono l’elemento principale del decentramento amministrativo francese. Tutto ciò con l’obiettivo di un ripensamento della macchina statale, che Sarkozy ha in animo di mettere in moto per assicurarle maggiore efficienza: e l’unico modo per farlo, come a Parigi hanno capito benissimo, è quello di cominciare a smontare il decentramento, essendo ben coscienti del fatto che la moltiplicazione dei livelli di governo porta soltanto all’aumento esponenziale dei costi e al rallentamento dei processi decisionali, senza alcun beneficio reale per i cittadini. Per questo la commissione Attali sta ragionando, nel campo dell’istruzione, anche sulla possibilità di un accorpamento delle grandi scuole e delle università in una decina di poli d’eccellenza, allo scopo di economicizzare il più possibile le risorse, usufruendo delle economie di scala che si verrebbero a creare, e di convogliare gli sforzi nella direzione della qualità, sapendo che è l’unica arma per battere la concorrenza asiatica. Da noi no. In Italia vige da anni, visto con favore dalla gente e perciò incoraggiato dalla politica miope, un effetto moltiplicatore di servizi e infrastrutture che si pretende di avere “sotto casa”. Per esempio, le Università continuano da tempo ad essere oggetto di una proliferazione indisciplinata, che le ha portate da 41 a 94 in soli otto anni – ormai quasi un ateneo (o una sua succursale) per ogni provincia – e tutte insieme offrono agli studenti ben 5400 corsi di laurea (appena cinque anni fa erano 2400). Risultato finale? Il numero degli iscritti, raggiunto il massimo nel 2004 con 1 milione 820 mila unità, è tornato a calare, mentre i fuoricorso, che dovevano diminuire, sono passati dal 42% pre-riforma al 46% di oggi, e i tassi di abbandono sono arrivati al 60%. Così l’Italia langue agli ultimi posti della graduatorie Ocse per numero di laureati e diplomati. Per non parlare del cosiddetto “federalismo aeroportuale”, che ha portato alla nascita di una serie di piccoli scali – solo in Lombardia ce ne sono quattro – che loro sì hanno strozzato Malpensa e anche Alitalia, visto che vengono usati anche per trasportare su hub esteri i passeggeri destinati alle tratte intercontinentali. Ma nel paese dei 120 livelli istituzionali, dei 9mila enti territoriali come le Province (costo complessivo 17 miliardi) e le comunità montane (2,2 miliardi), con un numero di regioni (20) e di comuni (8.100) doppio del necessario, che costano 96 miliardi di euro l’anno solo di tasse locali, quando è che finalmente avremo l’onore di vedere applicata una dieta alla francese?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario