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Incentivi sì, ma soprattutto interventi di sistema

Il “mini Piano Obama” nostrano

Alla politica manca una visione strategica d’interesse-paese

di Enrico Cisnetto - 05 febbraio 2009

Ci siamo. Alla fine anche Roma, per ultima, ha deciso di sganciare la sua “atomicar” per salvare il disastrato settore auto. Dopo Francia, Germania, Spagna (Gran Bretagna no, perché da anni non posseggono più un settore automobilistico) adesso anche l’Italia si appresta a varare un pacchetto di incentivi che dovrebbero in qualche modo tenere in piedi il comparto. A sbloccare gli indugi sono stati probabilmente gli ultimi, drammatici dati di vendita (-33% per le auto, addirittura -39% per le due ruote) che hanno fatto presagire una vera e propria débâcle e hanno convinto il premier a portare il pacchetto (da circa 1 miliardo di euro) al Consiglio dei ministri di domani. Pacchetto in cui dovrebbero essere contenute anche alcune misure a sostegno della componentistica, degli elettrodomestici e del credito al consumo, come ha annunciato lo stesso Berlusconi. Anche se è chiaro che questo “mini piano Obama” sarà comunque concentrato soprattutto sull’auto.

E qui il giudizio non può che essere positivo, per tre buoni motivi. Primo: con il “tesoretto” che verrà annunciato già domani, Fiat tornerà a giocare ad armi pari una partita che finora era truccata, con gli altri competitor, statunitensi ed europei, che incassavano già aiuti e incentivi di Stato. Secondo: la Fiat è, lo si voglia o no, una delle pochissime grandi aziende (o meglio, di campioni nazionali) rimaste sul territorio, e con il suo indotto il settore automotive in Italia vale il 13% del pil (molto più che negli Usa, dove pesa solo per il 4%). Terzo: come ha ricordato due giorni fa Marco Ferrante sul Riformista, Torino ha ricevuto in questi anni molto meno di quanto abbia restituito al Paese. Se si prende in considerazione il decennio 1997-2007, Fiat ha ottenuto, infatti, circa 1,9 miliardi di euro tra cassa integrazione e contributi alla ricerca e per gli investimenti, mentre ne ha restituiti 2,9 tra Inps, imposte sul reddito e Ici. Dunque, un saldo netto di 1 miliardo per lo Stato, che dovrebbe chiudere per sempre la “vexata quaestio” sull’assistenzialismo subalpino.

Ma se il giudizio sugli incentivi è positivo, va comunque ricordato che questi da soli non saranno comunque in grado di “blindare” un gruppo che ha ancora un forte turnaround industriale da completare, che ha assoluta necessità di portare avanti un processo di aggregazione, che è alle prese con un momento di mercato devastante, e che deve infine far fronte a 10 miliardi di prestiti a breve scadenza. E qui, semmai, piuttosto che disquisire su “incentivi sì, incentivi no”, varrebbe la pena di capire come mai gli interventi a favore della prima azienda nazionale continuino ad essere presi in esame solo e soltanto dal lato della domanda. A parte le rottamazioni, infatti, la Fiat avrebbe piuttosto bisogno di interventi “di sistema”, gli stessi che sette anni fa, in una situazione di pre-fallimento, portarono al suo salvataggio con la famosa operazione del convertendo, operazione tanto deprecata (allora) dai paladini del mercato senza vincoli e tanto lodata poi, quando se ne videro i primi frutti. Oggi, invece, soluzioni sistemiche non sono – almeno a quanto risulta – allo studio.

E se sul piatto è da mettere un certo miope snobismo istituzionale da parte del pur ottimo Marchionne, quello che manca all’appello da parte della politica è proprio una visione strategica d’interesse-paese. La stessa, peraltro, che ha fatto declinare il pacchetto da quaranta miliardi di euro “veri”, come ha ricordato il premier, per il 90% sul fronte della domanda e dei consumi. Senza mettere in atto alcun piano di investimenti pubblici – come invece è stato fatto negli Usa – e senza capire, dunque, che non è inseguendo l’illusione salvifica dei consumi che si può pensare di uscire dalla recessione. Così, se domani arrivassero, insieme al pacchetto auto, anche gli annunciati sgravi per elettrodomestici e credito al consumo (per i quali è probabile che non ci sia adeguata copertura finanziaria), i risultati rischiano di essere vani. Se il 2008 ha registrato il più grande tonfo dei consumi degli ultimi 40 anni, non sarà incitando gli italiani a comprare frigoriferi e forni a microonde a rate agevolate che si potrà uscirà dalla crisi. Basterebbe questa consapevolezza.

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