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Occorrono risposte globali per uscire dalla crisi

Il mercato va regolato, non supergestito

Una pluralità di fallimenti del mercato e della regolazione pone l’esigenza di nuove norme

di Angelo De Mattia - 08 aprile 2009

Ha l’organicità e l’incisività di una piattaforma per un ampio dibattito sulle nuove regole del credito e della finanza l’intervento di Giulio Napolitano, largamente condivisibile, pubblicato ieri su queste colonne. Esso stimola, comunque, alcune prime considerazioni. E’ vero che la contrapposizione, per uscire dalla crisi, tra interventi macroeconomici – che sarebbero sostenuti dagli economisti statunitensi – e fissazione di nuove regole – che sarebbe voluta dai giuristi – è fuorviante e priva di fondamento. E la ricostruzione puntuale della tradizione di Law and Economics sta a dimostrarlo (si potrebbe anche ricordare l’impulso dato da Bankitalia a partire dalla seconda metà degli anni ’90 al diritto dell’economia con la costituzione di una struttura ad hoc).

Tuttavia, pur dando atto dell’infondatezza della scomposizione per indirizzi disciplinari, si tratta proprio della contrapposizione che si è verificata prima e nel corso del recente G20, sanata da un documento conclusivo che, per far accettare la necessità di ulteriori stimoli fiscali all’economia, ha dovuto fare ricorso al rifinanziamento del Fondo monetario internazionale e, per sollecitare l’adesione alla regolamentazione dei centri off-shore, ha dovuto fare rinvio alla lista Ocse. Contra factum non valet argumentum. Di qui l’importanza cruciale della fase di attuazione di quest’impegno: cartina di tornasole dell’assenza di riserve mentali. Una pluralità di fallimenti del mercato e della regolazione pone l’esigenza di nuove norme.

La cosa è ormai divenuta senso comune. Ma è stato bene insistere, nell’articolo in commento, sulle premesse teoriche. Concordo che la nuova regolazione dovrà essere estesa a tutte le attività finanziarie suscettibili di rischi sistemici, che si intensifichi la collaborazione tra Autorità di vigilanza, che si definiscano global standard più stringenti ed efficaci di quelli vigenti. Del resto, come si potrebbe non concordare, sia pure con i naturali caveat nei confronti di un eventuale ritornante dirigismo? Quel locus artificialis che è il mercato va regolato, non supergestito.

Il fatto è che le differenze, dopo la concordanza sui fini, possono sopravvenire nei mezzi. Per esempio, non sembra che il rapporto de La Rosiére sulla vigilanza europea possa essere accolto con tanto favore. Esso si muove sulla linea della vecchia comitologia – un vorticoso intrecciarsi di comitati consultivi – che finora ha dato scarsissimi, se non nulli, risultati; supera la considerazione dell’attribuzione diretta alla Bce dei poteri di vigilanza almeno sugli istituti di credito transfrontalieri, attivando una norma del Trattato CE (art. 105, par. 6); propone la ricetta come realistica mediazione, ma essa paradossalmente non viene accolta dal Governo inglese: dunque, una limitazione di ambizioni, almeno per ora, inefficace; prevede la completa entrata in vigore del nuovo assetto addirittura nel 2012.

Lo stesso discorso sul global standard – ben rappresentato da Napolitano con la vigente miriade di regolatori pubblici e privati – esige un’architettura delle istituzioni finanziarie internazionali decisamente nuova. Un diverso ordine monetario richiede, innanzitutto, che si definiscano i regolatori e i controllori di vertice. Il passaggio fondamentale è quello della riforma del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale del commercio. Se non si affronta questa revisione, con lo scopo di trasformare il Fondo (in raccordo con il Board della Stabilità) in organo di prevenzione delle crisi, nonché di preposizione alla regolazione della liquidità internazionale, sarà molto difficile affrontare il merito delle nuove regole.

E’ su questo versante, che emerge poco nell’articolo commentato, che occorrerebbe promuovere quell’integrazione tra saperi economici e giuridici giustamente auspicata dall’autore. Da qui scaturiscono conseguenze per l’architettura di vigilanza a livello europeo e italiano. Nel nostro Paese, non si sente più parlare, nemmeno flebilmente, della necessaria riforma delle Authority, oggetto anche degli studi di Napolitano. Poiché la crisi è globale occorrono risposte globali: lo si dice da tempo ed è giusto. Ma di qui all’atarassia nei confronti delle riforme interne ce ne passa.

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