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La manifestazione di Società Aperta

Il manifesto politico dei riformatori

Per l’Italia, il miglior pragmatismo e lungimiranza possibili per uscire dal declino

di Società Aperta - 02 marzo 2007

C’era una volta sinistra e destra, rosso e nero. Interessi di classe e interessi di casta. Oggi, l’unica possibile distinzione è quella tra riformatori e conservatori, difensori della modernità o del mantenimento dello status quo, sostenitori delle scelte coraggiose o delle rendite di posizione. (clicca qui per leggere la relazione presentata da Società Aperta) (clicca qui per vedere il video della manifestazione)

Su questo, gli ospiti della manifestazione di Società Aperta, dai parlamentari come Enzo Bianco, Michele Vietti, Daniele Capezzone e Stefano De Luca, ai rappresentanti della società civile come Savino Pezzotta e Giuliano da Empoli, sono tutti d’accordo. Il Paese ha bisogno di riforme strutturali, e subito. A introdurre il tema dell’incontro, dall’ambizioso titolo “Scriviamo il Manifesto politico dei Riformatori”, il presidente di Società Aperta Enrico Cisnetto, che, rispondendo alle domande di Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale, su attualità politica e sindrome da “declinismo”, fotografa la realtà italiana delineando le possibili alternative alla – quantomai attuale – crisi politica.

Di declino, premette, non si diverte a parlare, ma a chi stappa champagne in nome di una crescita del prodotto interno lordo dell’1,9% Cisnetto ricorda che è quasi la metà della crescita media europea e un centesimo rispetto a Paesi come la Cina che crescono al ritmo del 67%. Paesi che, aggiunge, non è più il caso di chiamare “emergenti” dato che, ormai, siamo noi a doverli rincorrere. E il declino economico, spiega Cisnetto, è figlio di una politica assente, che a sua volta è il prodotto di un sistema istituzionale ingessato a causa sì di una legge elettorale sbagliata, ma anche di un federalismo “becero” che frammenta il Paese in 120 diversi livelli istituzionali, e soprattutto di un sistema bipolare “rissoso” e incatenato nel recinto degli schieramenti. “La nostra ambizione – sottolinea – è quella di creare un raggruppamento delle forze più moderne e produttive del Paese che affronti con coraggio i temi del rinnovamento politico, sociale ed economico”. Percorso obbligato per una vera svolta riformista è un “governo di larghe intese” perché “i cambiamenti che ci aspettano richiedono convergenza” e una Grande Coalizione, Merkel docet, è l’unico modo per invertire la tendenza del declino. Società Aperta ha già predisposto un’agenda per il nuovo governo, un programma con dieci proposte, sulla scia dei punti di Prodi: dalla Tav all’allungamento dell’età pensionabile, dai rigassificatori all’attuazione della legge Biagi. Last but not least la convocazione di un’Assemblea Costituente, per porre fine agli strappi a colpi di maggioranza alla Carta fondamentale e modernizzare l’assetto istituzionale. Troppa ambizione? “Può darsi, ma qui c’è in ballo l’avvenire del nostro Paese” ripete Cisnetto mentre ricorda, da “liberale pragmatico” come è solito definirsi, che i sistemi politici, così come quelli elettorali non sono buoni o cattivi in sé, ma in relazione al contesto in cui sono inseriti. E il contesto italiano, certo, non ha bisogno di lotte fra coalizioni o interne ad esse.

Ad appoggiare il “Manifesto politico dei Riformatori” l’ex-ministro Enzo Bianco che, pur dichiarandosi “bipolarista convinto”, riconosce il fallimento dell’attuale assetto politico “vittima della mancanza di una reciproca legittimazione” e condivide la necessità di “una battaglia comune per le riforme”. E mentre Michele Vietti (Udc) torna a parlare di coalizioni ingestibili, più simili all’Arca di Noè con a bordo specie rare e persino estinte da sostituire con un “governo di tregua” che metta mano alla legge elettorale e al mercato del lavoro, Daniele Capezzone, radicale e “volenteroso” della prima ora, ricorda che il nostro Paese ha bisogno di “contenuti e non di contenitori”. Cioè, riforme concrete e non nuovi partiti. Il giovane presidente della Commissione Attività Produttive, in tema di liberalizzazioni, chiede al centrosinistra di “affrontare i nodi cooperative e sindacati”, che impediscono di attuare le riforme più urgenti, e al centrodestra di “smettere di stare dalla parte delle consorterie e dei taxisti” soltanto per la necessità di trovare facili consensi contro il governo. Capezzone lascia il microfono allo scrittore Giuliano da Empoli, anche lui nato negli anni ’70, che cita Borges per descrivere il Parlamento italiano. Si dice meno pessimista sulle reali condizioni del sistema produttivo “perché le imprese si sono già in parte adattate alle esigenze della competizione globale” e concorda con Cisnetto che “in tutti i sistemi politici, sia europei che extra-europei si sta riducendo al massimo la conflittualità per sostenere grandi riforme strutturali”. In tema di bipolarismo, poi, spiega che l’unica divisione possibile è tra una società chiusa e una “società aperta”. Anzi, visto il contesto, con la Maiuscola. Al termine degli interventi, Cisnetto tira le somme del suo pensiero e sintetizza il messaggio politico dei riformatori: “Fare a meno della politica, pensando che l’economia ‘liberata’ metta tutto a posto da sola, è una pia illusione. Oggi all’Italia non servono le ideologie, ma il miglior pragmatismo possibile. A partire dalle prossime settimane, Società Aperta si impegnerà a costruirlo”.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario