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Le crepe delle Commissioni

Il lento suicidio del Pd

I democratici rantolano e, nell'attesa di un reggente, si spaccano sull'accordo di governo con il Pdl.

di Davide Giacalone - 08 maggio 2013

Il Pdl strepita, ma il Pd rantola. Quello che ieri è saltato (vedremo se temporaneamente o stabilmente, più facile che ciò avvenga ricorrentemente) non è l’accordo di divisione delle presidenze di commissione, stipulato fra i tre gruppi della maggioranza, ma l’accordo interno al Pd circa il sostegno al governo di Enrico Letta. Anche se qualcuno potrebbe dire che non è saltato, perché non c’è mai stato.

Quello che il Pd sta mettendo in atto è un lungo suicidio, cui gli italiani tutti sono chiamati ad assistere. Ce ne vuole di buona volontà e inventiva per far sembrare il Pdl un aggregato dotato non solo d’intelligenza politica, ma anche d’interna unità. Solo il professionismo politico della sinistra, che detesta se stessa, poteva riuscire in questo miracolo. Perché è del tutto evidente che dopo avere votato la fiducia a un governo dove siedono ministri con cui non andrebbero al bar; dopo avere deglutito la nomina di sottosegretari indigeribili; dopo avere subito l’umiliazione dei giovani ribelli e integerrimi piegatisi alla spartizione correntizia, nonostante avessero sostenuto, fino a dieci minuti prima, l’inopportunità di quella maggioranza e la necessità di farne una tutta frinente; dopo avere preso schiaffi dal Quirinale, i senatori del Pd, ieri, non hanno avviato lo scontro con gli altri partiti della maggioranza, ma con la segreteria (per giunta dimissionaria) del loro partito e con il governo Letta.

E se Felice Casson è acceduto al più logoro vizio del politico giocoliere, ovvero dire una cosa (voteremo i nostri) e poi rimangiarsela sostenendo d’essere stato frainteso, Corradino Mineo ha detto, papale papale, che è giunta l’ora di “sparare”. Infatti l’ha sparata. Nessuno ha mai minimamente dubitato della sua passione politica e del suo spirito di parte, che gli conquistò il posto in Rai e poi il seggio. Solo che, magari, si poteva immaginare che avesse imparato a comunicare. Invece no, siamo ancora all’età delle pietre.

Il Pdl strepita, ma dovrebbe sorridere: hanno trovato dei volontari disposti a immolarsi al loro posto. Meno ragioni di stare allegri abbiamo tutti noi, perché va bene ritirarsi in convento, va bene “fare spogliatoio” (ma che linguaggio!?), però qui rischiano di restare nudi e colpiti da gavettoni, senza mai neanche avere sfiorato lo scudetto.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario