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La versione umanitaria della giustizia

Il guaio della Cancellieri

L'intervento pro Giulia Ligresti diventa un caso politico. Da più parti si invocano le dimissioni, ma l'ex prefetto non si difende

di Davide Giacalone - 02 novembre 2013

Il ministro della giustizia, Annamaria Cancellieri, si è messa in un brutto guaio. Forse qualcuno ricorda che (1985) il presidente della Repubblica (Sandro Pertini) chiese le dimissioni del ministro del lavoro (Gianni De Michelis), perché quest’ultimo aveva stretto la mano, a Parigi, a un latitante (Oreste Scalzone). Allora la cosa si risolse con una lettera di scuse, in cui il ministro descriveva l’assoluta casualità dell’incontro con una sua vecchia conoscenza. Ammise l’errore. Il ministro Cancellieri, invece, punta alla versione umanitaria: sono intervenuta a proposito di una detenuta in gravi condizioni di salute, come ho fatto anche per altri. Ci sono due cose, in tale linea difensiva, che non vanno. La prima: la famiglia della detenuta è la stessa che aveva assunto e lautamente pagato il figlio del ministro. La seconda: se un detenuto è in cattive condizioni di salute non deve intervenire il ministro (essendo escluso che conosca tutti i casi del genere, ed essendo doppiamente escluso che telefoni a tutti i familiari dei malati), deve provvedere il sistema carcerario, anche dichiarando l’incompatibilità con la restrizione.

Forse le converrebbe dire la verità, che dall’esterno sembra piuttosto evidente: avendo un rapporto di amicizia con i familiari dei detenuti in questione (i Ligresti), e forse anche un debito di gratitudine, il ministro, imbarazzata, ha ritenuto non possibile far proseguire il suo silenzio e ha fatto una telefonata di solidarietà a un’amica, quella, comprensibilmente provata, ha invocato aiuto. Fin qui, non mi pare grave. Poi il ministro ha mosso il Dipartimento amministrazione penitenziaria, commettendo un errore del quale farebbe bene a scusarsi in fretta. Altrimenti la faccenda cambia natura e serve a far cadere il governo. Tale, infatti, sarebbe la sorte dell’esecutivo, considerato che la dottoressa Cancellieri non è un ministro qualsiasi, ma chi fu agli interni, nonché candidata di Scelta Civica per il Quirinale.

Il ministro, però, dovrebbe avere la capacità non solo di rimediare ad un errore, ma anche di affrontare la vera questione, che ha rilevanza generale: l’abuso di carcerazione cautelare. Uno scandalo “storico”, che di volta in volta emerge con il caso del Tizio o del Caio, per poi reimmergersi sotto le ondate populiste che reclamano arresti senza processi. Posta la responsabilità politica di entrambe gli schieramenti, da troppi anni si fa finta di non vedere che tale abuso è possibile perché la magistratura distorce la legge e cancella le garanzie. So di sostenere una cosa grave, ma so anche che nessuno è in grado di confutarla.

Gli articoli 274 e 275 del codice di procedura penale sono chiari e prevedono la custodia cautelare in relazione a specifici criteri, ove il reato contestato abbia pericolosità sociale; la prevedono come eccezionale, e ancora più eccezionale quella in carcere; stabiliscono le ragioni per cui non può essere disposta (ivi comprese quelle di salute, sempre ricordando che stiamo parlando di cittadini indagati e non colpevoli). Non serve lavorare su questi testi. Sono perfettibili, come tutto, ma quel che dispongono è lampante. Il fatto è che a giudicare è un falso giudice, il gip (giudice delle indagini preliminari), e un falso tribunale (quello del riesame, che per orrore e decenza ha perso la denominazione beffarda di “tribunale della libertà”). Sono falsi perché o dipendono dalle indagini svolte dalla procura, che chiede la misura cautelare e, naturalmente, la motiva considerando ricorrenti tutte le ragioni per privare della libertà (e del patrimonio) dei presunti innocenti, oppure gareggiano con la procura a chi prende il provvedimento più a favore di telecamera.

Il ministro della giustizia ha il dovere di sollevare la questione di un sistema in cui sia il magistrato che chiede l’arresto, sia il giudice che la convalida, sia il tribunale che la santifica, nessuno di costoro porta con sé la minima responsabilità dell’avere devastato vite di persone che poi, dopo anni, si dimostreranno essere quel che la Costituzione imponeva di considerarle: innocenti.

I politici passati in quel dicastero hanno ripetutamente avuto paura di toccare il problema, sapendo d’essere sotto scacco delle procure. Lo faccia il ministro Cancellieri, tranquillizzandoci sulla sua tranquillità.

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