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Le trattative fra Governo e sindacati

Il gran bluff delle pensioni

Il problema è politico, e ci si gira troppo intorno. Occorre decidere. E subito.

di Enrico Cisnetto - 10 maggio 2007

Tutto come previsto. E’ partita male la concertazione tra governo e parti sociali sulle pensioni, ma non poteva essere altrimenti. Al tavolo sia l’esecutivo sia il sindacato sono arrivati divisi al loro interno, e la mancanza di una proposta specifica su cui discutere ha reso più facile il nulla di fatto finale.

Il che appare scoraggiante, visto che i problemi della nostra previdenza sono chiari da tempo, sono stati oggetto di dibattiti infiniti e dunque non dovrebbe rimanere altro che assumersi la responsabilità delle decisioni, quali che siano. Invece, la maggioranza di governo è ancora una volta articolata su tre diverse posizioni: quella seriamente riformista, interpretata dal ministro Padoa-Schioppa, che ha come vera spalla la Bonino, l’unica a considerare anacronistica la diversità di trattamento previdenziale alle donne; quella riformista soft, che sul tema è espressa dal ministro Damiano, ma di fatto aggrega Ds e Margherita; infine quella della sinistra massimalista, che vuole l’abolizione dello “scalone” ereditato dalla riforma Maroni e asseconda il sindacato, rigido sul no all’applicazione dei coefficienti di calcolo delle pensioni previsti dalla Dini.

In questa babele di posizioni, palazzo Chigi tace, sperando in una mediazione che francamente appare difficile, considerato che lasciare le cose come stanno significherebbe rendere automatico il passaggio, che scatterà il 31 dicembre prossimo, da 57 a 60 anni dell’età necessaria per la pensione di anzianità. A meno che la mediazione non consista proprio nel non fare: lasciare lo “scalone”, che è già legge e non richiede atti formali, e mantenere inalterati i coefficienti, che viceversa per essere modificati richiedono una norma applicativa della legge Dini. Insomma, un “pareggio” che formalmente non accontenterebbe nessuno, salvo Prodi, ma che farebbe perdere al Paese l’ennesima occasione per una riforma strutturale, che peraltro in tutta Europa sta per diventare realtà.

Non sfugga che in Germania il governo di Grande Coalizione sta predisponendo l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni e che in Spagna il partito socialista al governo intende promuovere, seppure attraverso forme d’incentivo, l’estensione della vita lavorativa oltre i 70 anni (sì, in entrambi i casi avete letto bene, non ci sono refusi), mentre da noi una fuga di notizie che ipotizzava una proposta del governo di fare subito 58 anni e arrivare a 60 con altri “scalini” successivi ha fatto scoppiare un putiferio.

Certo, ha ragione il ministro dell’Economia che denuncia l’esistenza di posizioni diverse anche dentro il sindacato – cui si aggiunge una Confindustria che non sembra volersi esporre più di tanto sulla questione – ma il problema rimane essenzialmente politico: sulla previdenza le organizzazioni dei lavoratori, a torto o a ragione, non saranno mai un passo avanti di parti consistenti della maggioranza di governo, e non si presteranno a fare da sponda alle posizioni più coraggiosamente riformiste. Dunque è il governo che deve decidere, e una volta per tutte. Trascinare la questione lungo le tortuose vie del confronto con le parti significa non sciogliere i nodi della previdenza e ammazzare definitivamente la concertazione.

Pubblicato su Il Messaggero di giovedi 10 maggio

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