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Altro che Spending Review

Il Governo spende quello che non ha

I tagli, ancora solo ipotetici, sono già divenuti copertura di aumenti della spesa

di Davide Giacalone - 23 gennaio 2014

Doveva essere la spending review, ovvero un taglio della spesa pubblica capace di propiziare l’abbassamento della pressione fiscale. C’era l’idea di un fondo ove meno spesa divenisse meno tasse. Anche per dire agli italiani: non vi abbiamo tolto niente, semmai ve lo abbiamo restituito. Il governo, però, s’è mangiato quei soldi, senza ancora averli. I tagli alla spesa, che non ci sono e restano ipotetici, sono divenuti copertura di aumenti della spesa, che sono certi. La spending review è diventata rispending.

La falla è stata aperta con un emendamento alla legge di stabilità, che ha previsto la possibilità di destinare i soldi risparmiati a spese urgenti, inderogabili e giuste. Siccome ciascun ministro è facilmente in grado di dimostrare che tutta la spesa da lui dipendente ha queste caratteristiche, i risparmi mai fatti sono già in conto spese della sanità, dell’istruzione, del lavoro, delle missioni all’estero, e così via. La falla è divenuta voragine in un baleno. Ora anche il fisco usa i tagli per non tagliare: avendo previsto 500 milioni di maggiori entrate, dal taglio delle detrazioni fiscali, si trova a dover coprire quella cifra, dato che s’è dovuto rimangiare l’intenzione di far crescere, anche per questa via, la pressione fiscale. E dove trova i soldi? Nei tagli alla spesa. E, si badi, mica per far calare le tasse, ma solo per non aumentarle. O, meglio, per non aumentarle mediante diminuzione delle detrazioni, perché la pressione fiscale cresce comunque, da un’altra parte. Ricordiamoci, oltre tutto, che le detrazioni sono 720, su un parco contribuenti in cui la grandissima parte dichiara redditi da mera sopravvivenza. Forse sarebbe meglio cancellarle e far scendere le aliquote, anche lavorando perché la fotografia fiscale dell’Italia non sia quella di un Paese denutrito, nel mentre ci confermiamo la terza potenza economica d’Europa.

Il quadro, allora, è il seguente: 1. il taglio, la mitica spending review, non c’è ancora; 2. ove ci sarà, il suo valore verrà assorbito da altra spesa; 3. sicché la promessa iniziale sarà tradita, o mantenuta in via marginale e propagandistica, quindi non scenderanno le pretese del fisco. Assieme alle rigidità del mercato del lavoro, all’oppressione burocratica, e alla malagiustizia, il satanismo fiscale compone i quattro pali cui è legata e seviziata l’Italia. A quelli dobbiamo una previsione di crescita che decresce progressivamente e che, comunque, oggi arriva (0.6) alla metà di quella che il governo ha inserito nella legge di stabilità (1.1). Il che dimostra, una volta di più, che l’apparato politoburocratico governativo riesce ad agire solo se sottoposto a imminente minaccia di catastrofe, perché non appena il pericolo si allontana torna immediatamente a cullarsi nell’idea che gli italiani pagheranno sempre tutto, illudendoli che a ciascuno di loro sarà sempre pagato tutto. Il pericolo, però, non s’è affatto allontanato, incombe, ed è solo tenuto a bada dalle misure varate dalla Banca centrale europea. Basta un niente e torniamo nella bufera. Ma più poveri, più disoccupati e più stanchi di prima.

De minimis: nessuna delle cose sostenute dal nuovo gruppo dirigente del Partito democratico, dai piani per il lavoro al rilancio dell’economia, è neanche lontanamente finanziabile se con i tagli alla spesa si alimenta altra spesa corrente. Quindi, non so a che punto sia il commissario per i tagli, so, però, che il suo lavoro sarà del tutto inutile se non si torna allo schema iniziale: ogni centesimo tagliato deve essere un centesimo restituito, senza ulteriore intermediazione statale. L’esito della cura deve essere un dimagrimento della macchina statale, non il suo peso invariato, o accresciuto, però spostato dal groppone alle chiappe degli italiani. Questo gioco dello spostare i pesi fiscali, cercando di spremere sempre di più, deve essere bandito. E’ da banditi.

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