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Il business della previdenza complementare

Il governo regala i fondi ai sindacati

Cgil, Cisl e Uil (con l'assenso di Confindustria) ottengono di garantire i loro privilegi

di Alessandra Servidori - 27 settembre 2005

L’autunno della Seconda Repubblica in precipitoso declino ci regala un'altra sorpresa. Chi l’avrebbe mai detto? Ma in Italia sta succedendo sotto i nostri occhi: un Governo di centro-destra – quello stesso che agli inizi intendeva riformare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e la disciplina del licenziamento individuale – è pronto a regalare, mentre chiude i battenti, il business della previdenza complementare alle cosiddette parti sociali, le quali, per l’occasione, si sono consorziate in un “avviso comune” che ha messo l’esecutivo con le spalle al muro. L’asse Confindustria-Cgil, in questo caso ha trionfato. L’organizzazione di viale dell’Astronomia porta a casa, in cambio della dismissione del Tfr (Trattamento di fine rapporto) maturando, un bonus fiscale importante, ai fini Ires, pari al 4% (al 6% per le aziende con meno di 50 dipendenti) e una promessa di accesso agevolato al credito tanto generosa da suscitare l’attenzione di Bruxelles. Per la Cgil, l’aver raggiunto un avviso comune sulla previdenza complementare ha costituito una significativa occasione di rivalsa rispetto all’autoesclusione dal Patto per l’Italia del 2002. Ma c’è pane per i denti di tutto il mondo sindacale. In sostanza, Cgil, Cisl e Uil (insieme alle associazioni dei datori di lavoro) otterranno una disciplina che “blinda” i fondi negoziali e li mantiene nell’attuale condizione di privilegio – in nome del loro dna contrattuale – rispetto alle altre forme (i fondi aperti e i piani assicurativi: questi ultimi – ironia della sorte – furono introdotti nell’ordinamento da un esecutivo di centro sinistra nel 2000).

Questa partita si gioca non solo e non tanto sul tentativo di instradare il Tfr in direzione dei fondi chiusi (un risultato che forse le parti sociali non sono riusciti ad ottenere in maniera esplicita, ma soprattutto sulla possibilità di ostacolare la mobilità dei lavoratori all’interno del sistema e di vanificare la portabilità della posizione individuale, incluso il contributo a carico del datore (che potrà essere versato ad una forma diversa dal fondo negoziale, soltanto dopo un certo arco di tempo e nei modi indicati dalla contrattazione collettiva). Ciò nonostante la delega prevedesse il diritto dell’interessato di continuare ad avvalersi del contributo datoriale anche dopo l’eventuale adesione ad un’altra forma complementare. In sostanza, nel sistema previdenziale privato il principio della selezione concorrenziale sarà bandito ancor più di adesso. Probabilmente, al punto a cui erano arrivate le cose, il Governo non era in grado di fare più di tanto, vista la levata di scudi di quasi tutte le parti sociali e tenendo conto della delicatezza della questione del Tfr: una risorsa da 13 miliardi di euro l’anno ora detenuta dalle imprese che dovrà divenire esigibile, non più al momento della risoluzione del rapporto di lavoro, ma con periodicità trimestrale. A prescindere da ogni altra considerazione, però, un fatto continua a stupirci: per approvare la legge delega sono stati necessari ben quattro anni, durante i quali le scelte, che ora hanno provocato le dure parole delle parti sociali, erano assolutamente note e chiare. Va riconosciuto ai sindacati una certa coerenza nel criticare la riforma; ma la Confindustria ha sollevato solo adesso – dopo l’avvento della nuova gestione – critiche tanto severe alla legge n.243/2004. Dopo aver rinunciato, senza colpo ferire, alla vera contropartita per le imprese – contenuta nel disegno di legge originario – ma invisa ai sindacati: il taglio fino a cinque punti dell’aliquota contributiva pensionistica a favore dei nuovi assunti a tempo indeterminato. Una norma che avrebbe giovato all’occupazione stabile. Ma si sa: le pensioni sono sacre per la sinistra politica e sociale (come si diceva una volta). Salvo non far sapere che il rendiconto Inps per il 2004 – anche per merito delle politiche portate avanti dall’attuale governo in tema di mercato del lavoro (legge Biagi), sanatoria agli immigrati, cartolarizzazione dei crediti – è in attivo per 5 miliardi di euro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario