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Il Quirinale deve intervenire

Il governo e il complotto

O Speciale ha sbagliato e quindi non può essere promosso, oppure Visco si dimetta

di Davide Giacalone - 05 giugno 2007

La burrasca è vicina, il Quirinale non può pensare di restarne fuori. Non sono le proteste di piazza a preoccupare, né un’eventuale manifestazione dell’opposizione acuirà la crisi di governo. Quel frutto è già maturo, coltivato da scontri di potere interni alla maggioranza. Padoa Schioppa non è il tecnico rigoroso che presidia la cassa, ma la foglia di fico dietro cui la si svuota. Il Parlamento è paralizzato, perché una delle due Aule è condannata ad occuparsi solo di bricolage, visto che lì la maggioranza non è tale. La crisi già fu aperta sulla politica estera, ma si chiuse senza risolversi, e questa settimana la sinistra sarà al tempo stesso protestante e protestata. Delle tante priorità sventolate non una è stata affrontata: le pensioni sono argomento di dibattiti; la riforma elettorale (sulla quale un Quirinale interventista pose fretta) non è alle viste; la giustizia resta un ossimoro; l’ordine pubblico registra l’ennesima dichiarazione d’impotenza del ministro degli interni; Draghi fotografa un’Italia che si piega e critica l’assenza di politica, ma si preferisce leggere che c’è la ripresa. Non si tratta di dire che tutto va male, ma di constatare che il governo non c’è più.

Prodi se ne preoccupa meno di tutti. O lo lasciano dove si trova, oppure si va ad elezioni e non se ne liberano. O lo subiscono, o lui è in grado di sconquassarli. Prodi è il più grosso problema della sinistra. Lo scrivemmo già prima delle elezioni, e credo taluni oggi ci diano ragione, da quelle parti. Lui galleggia, ma gli altri vedono salire l’acqua dentro la barca. Guardate quel che succede sul caso Visco: è evidente che ha ragione lui o Speciale. Nel primo caso il generale della Guardia di Finanza non può divenire magistrato, nel secondo Visco non può restare al governo. Dicono: Visco è un galantuomo. Oppure: Speciale è un fedele servitore dello Stato. E’ irrilevante. Napolitano non può sperare di restarne fuori, perché questo è solo il sintomo di una più grave crisi istituzionale. La buriana è alle porte e per cercare riparo già si parla di complotti ed intrighi, che pure ci sono e pure sono gonfiati, ma anche per responsabilità di una politica (non di una sola parte) incapace d’accorciare la troppo lunga agonia. Viviamo la fine di un sistema, non basta sentirsi estranei per immaginarsi innocenti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario