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Dopo che Trichet se ne è

Il governatore resta, ma ha perso

La lunga battaglia sul credito alla fine ha visto Tremonti vincitore. Fazio ne prenda atto

di Enrico Cisnetto - 16 settembre 2005

La Bpi ha ceduto l’Antonveneta agli olandesi cui l’aveva soffiata e torna ad essere una banca regionale che deve rimettere a posto i cocci di un sogno infranto. Gianpiero Fiorani ammaina la bandiera delle velleità, sperando che l’inedito sforzo di modestia lo salvi dalle accuse che gli sono rivolte. Con lui si ridimensionano le smodate ambizioni di Chicco Gnutti, che presto sarà costretto a uscire anche dalla partita Telecom, e naufragano clamorosamente quelle di Stefano Ricucci, meteora destinata a sparire dalla scena finanziaria con la stessa velocità con cui ci è entrato. La Banca del Nord, invocata dalla Lega, torna ad essere il fantasma che è sempre stata. Giulio Tremonti, che oltre un anno fa era stato giubilato dal governo dopo i suoi attacchi alla Banca d’Italia e all’intero sistema del credito, oggi si gode, da vicepresidente del Consiglio, la rivincita di chi l’aveva detto e finalmente vede riconosciute un po’ da tutti le sue ragioni. E il suo successore, Mimmo Siniscalco, che pure per distinguersi dal predecessore inizialmente non aveva mancato di stare dalla parte di Antonio Fazio, ora attacca il Governatore per un’autoriforma “attesa invano” ma soprattutto butta a mare il principio – invece sacrosanto – della difesa degli interessi nazionali nel processo di integrazione del sistema bancario. E ancora: l’opa di Unipol su Bnl, ammesso che vada in porto, ha lacerato orrendamente il centro-sinistra – procurando nuovi nemici a via Nazionale, cosa di cui proprio non si sentiva il bisogno – e finirà per mettere una grande banca nelle mani di una media compagnia di assicurazioni, la quale sarà debitrice di banche estere senza i cui finanziamenti l’operazione non si sarebbe potuta neppure lontanamente immaginare.

Basterebbero tutte queste constatazioni per indurre Fazio a tracciare un bilancio pesantemente negativo della sua “battaglia per la sopravivenza” che ha voluto testardamente ingaggiare. Ma temo, se lo conosco un po’, che oggi in lui prevalga la soddisfazione per la (presunta) solidarietà di Jean Claude Trichet espressa con quel “può rimanere altri 5 anni”. Uno strano pronunciamento, per chi aveva dichiarato la sua incompetenza nel “caso Fazio”, che dovrebbe far più riflettere che gioire il Governatore. Il quale ha sempre (giustamente) rivendicato la sua autonomia, quantomeno sul terreno della vigilanza e dell’antitrust, dalla ultra-autoreferenziale Bce – si veda la politica monetaria suicida gestita nel bunker di Francoforte a dispetto dei governi europei e della Commissione Ue – e oggi si ritrova a far dipendere persino il suo destino personale dagli orientamenti del signor Trichet. I quali si incrociano con quelli – altrettanto decisivi, e come tali “ingombranti” – di Silvio Berlusconi. Può darsi che queste due coincidenze gli conservino il posto, ma mi domando – e gli domando – come pensa di poter esercitare le funzioni che ha sempre gelosamente difeso da qualsiasi interferenza, nelle condizioni di cui sopra. E’ pensabile vedere l’intero Paese, dal Quirinale in giù, esprimere “sfiducia”, e non tenerne conto? E’ utile, nell’interesse della benemerita istituzione che Fazio rappresenta, continuare a stare al proprio posto avendo contro tutti? E’ pensabile applicare la moral suasion – sacrosanto strumento da difendere contro chi vuole “normare”, forzando la realtà nella scatola stretta dei principi teorici – quando coloro verso i quali va applicata, i banchieri, ormai da tempo non ne riconoscono più la legittimità? E se chi ha perso l’autorevolezza, unica condizione perché la moral suasion funzioni, pretende di sostituirla con l’autorità, non è il primo passo per perdere l’autonomia? E se per sopravvivere si accetta il sacrificio dei princìpi a cui ci si è ispirati – la difesa dell’italianità – e si abbandonano gli strumenti che distinguono un Governatore da un burocrate – la discrezionalità – cosa resta del proprio mandato oltre l’etichetta?

Si faccia un esame di coscienza, il mio amico Fazio. E si domandi se ha fatto e sta facendo un buon servizio a se stesso, alla Banca d’Italia e al Paese nel combattere la “battaglia per la sopravvivenza”. La mia risposta è no: quando si è persa la credibilità, a torto o a ragione non importa, occorre prenderne atto ed essere conseguenti. In particolare, il Governatore si domandi perché il premier lo ha ambiguamente aiutato, facendo quel poco per evitargli l’impeachment e quel tanto da consentire a se stesso di non passare come quello che è pappa e ciccia con chi “affama” i piccoli risparmiatori. Non sarà forse perché per il Cavaliere e il suo governo – come lui stesso si vanta con gli amici – è meglio avere un Governatore debole e che ti deve la vita piuttosto che uno forte che tira dritto per la sua strada?

Può darsi, come dicono i perniciosi ultras di Fazio, che il Governatore l’abbia “sfangata”. Ma il quadro di macerie che lascia questa storia che sbanca la hit parade del declino nazionale, è drammatico. Il sistema bancario non ha più non dico una guida ma neppure uno straccio di referente, con gli stranieri contro i quali si volevano ergere barricate che ne escono da vincitori, e con il bancocentrico capitalismo italiano cui viene a mancare una sponda decisiva. Bankitalia perde irrimediabilmente prestigio e ruolo, senza che un altro modello sia stato neppure pensato. La politica mostra ancora una volta la sua pochezza, vuoi non assumendosi le proprie responsabilità vuoi abdicando ai fantomatici poteri della Bce. Che disastro.

Pubblicato sul Foglio del 16 settembre 2005

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