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Il colle e la canna

Il giustizialismo, arma a doppio taglio

L’arma giudiziaria si ripropone quale sistema per decimare e indirizzare la corsa verso il Quirinale.

di Davide Giacalone - 11 aprile 2013

L’arma giudiziaria è puntata alla tempia della sinistra, posto che si considera scontata la possibilità di premere il grilletto di una delle decine di canne pronte a far fuoco su Silvio Berlusconi. Ora, se volete, possiamo pure metterci a biascicare la gnagnera del politicamente corretto: la giustizia faccia il suo corso; abbiamo fiducia; vale la presunzione d’innocenza; e così via vaniloquiando. Ma se vogliamo attenerci a un pizzico di realismo la faccenda è questa: l’arma giudiziaria si ripropone quale sistema per decimare e indirizzare la corsa verso il Quirinale, con il caricatore sempre pronto ad accompagnare anche la fase successiva, che si comporrà prima della nomina di un governo e poi delle elezioni rianticipate.

Non è sempre usata nello stesso modo. Quando è in vantaggio la destra il bersaglio è quasi esclusivo, ma molteplici le canne. Quando è in vantaggio la sinistra di armi ne bastano poche, ma le si fa ruotare e si puntano su soggetti diversi. Da questo punto di vista chi le utilizza s’è bene adattato alla realtà politica: nella destra non si ottengono gran risultati speculando sulle divisioni, si deve colpire il baricentro elettorale e di potere, nella sinistra, invece, sono proprio le divisioni a dare le migliori soddisfazioni. Visto che la sinistra ha a lungo cavalcato (irresponsabilmente) l’attacco giudiziario a Berlusconi, e visto che nel suo seno ci sono sacche rilevanti e potenti, che ancora vivono accecate dal desiderio di vederlo portar via in ceppi, alla fine questa minaccia ha uno scarso peso elettorale. L’elettore di centro destra è mitridatizzato. La stessa cosa non può dirsi per il suo collega di sinistra, che ancora crede d’essere migliore e suppone di votare i migliori, sicché quando il revolver si gira, il che accade sempre, ogniqualvolta è o si avvicina al governo, l’effetto è immediato e devastante.

In questo, la sinistra è ancora l’incarnazione dei partiti della prima Repubblica, ove si rideva sotto i baffi se il vicino di banco finiva davanti al plotone. Ridi e riridi, li sterminarono tutti. Pensare che, per l’autostrada Serravalle, l’ottimo Filippo Penati, capo della segreteria di Pierluigi Bersani, prendesse ordini da Massimo D’Alema, è un po’ fantasioso. Solo un filino meno del supporre che l’intera operazione non fosse conosciuta e appoggiata, se non direttamente richiesta, dai vertici di quel partito. Ma che importa? Oggi Bersani è il confuso e traumatizzato sostenitore della linea dura, del non dialogo, dell’arroccamento, che lo colpisci a fare? Mentre D’Alema non ho idea di cosa faccia, ma oramai gli tocca la sorte che fu di Giulio Andreotti (non si monti la testa, però, a quel livello non ci arriva): basta ci sia una trama che già lo si vede tessitore. Una cosa è sicura: chi s’educò alla scuola togliattiana non può che coltivare il dialogo, escludendo d’inseguire gli estremismi. Ed ecco che l’arma già s’indirizza verso un succoso bersaglio. Il clamore della giornata non induca, comunque, a dimenticare quel che non accade a Siena. Esatto: quel che non accade. Perché la sola idea che possa accadere impensierisce altre cordate e altri candidati.

Giacché questa è la storia profonda del giustizialismo italiano, fatto d’inchieste tarocche, di speculazioni mediatiche e di assenza sia di verdetti che di condanne da scontare: neutralizzare la politica. Quella che si neutralizza da sé, non merita attenzioni. Ultimo dettaglio: perché il Corriere della Sera si presta ad un’operazione che, all’evidenza, ha significato e valore politici? La vedo così: gli articoli di fondo sono una cosa, ma le forze reali ben altra, e se taluno suppone che Romano Prodi sia fuori dalla corsa, la stessa cosa non la pensa lui, che continua ad alimentare la diplomazia verso gli ortotteri. Parlo della corsa al Colle, non di quella a Villa Borghese, con la scorta (ma chi lo tocca? e non andava in bicicletta?).

Al bivio c’è l’opzione d’indirizzarsi verso un presidente della Repubblica che garantisca la pari dignità e legittimità di tutti gli elettori, quindi espresso dal convergere dei diversi, oppure verso un presidente che avvalori la superiorità di taluni e la disprezzabilità di altri, quindi eletto da una maggioranza di bovini e una minoranza dei loro futuri macellai. A quel bivio l’arma giudiziaria torna utile, per indirizzare lo spartirsi delle mandrie. Tanto più che sparuti sono i tori e numerosi i buoi.

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