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Chi scegliere tra Mario Monti e Beppe Grillo?

Il gioco dell'oca dell'antipolitica

In attesa di un ritorno della politica “vera”. Ma con chi? Con questi partiti?

di Elio Di Caprio - 23 aprile 2012

Una risata ci seppellirà dopo che sono entrati in scena i comici nel gioco astuto e ingenuo della politica e dell’antipolitica? Dopo lo spread ora tocca a Beppe Grillo essere l’oggetto principale del dibattito pubblico italiano. Sta iniziando il nuovo tormentone che ci accompagnerà almeno fino al prossimo appuntamento elettorale di maggio ed oltre : che fa Beppe Grillo, quali argomenti usa e quale percentuale di votanti riuscirà a catturare, sarà mai in grado da (ex?) comico di erodere il consenso ai partiti maggiori, ammesso che si sappia oggi quali sono o siano rimasti i partiti maggiori reduci da un bipolarismo fallito? Ma, antipolitica per antipolitica, non c’è già chi ai vertici, da Mario Monti ai suoi Ministri ( per non parlare del lord protettore Giorgio Napolitano) rappresenta già più di Grillo la vittoria, sia pur temporanea, dell’antipolitica intesa come museruola messa ai partiti rivelatisi improvvisamente impotenti e quasi inutili? Beppe Grillo avrebbe fatto di meglio?

Eppure non è da oggi che il qualunquismo sprezzante alla Grillo fa proseliti soprattutto tra le giovani generazioni come già segnalato da indagini demoscopiche inspiegabilmente nascoste dalla maggioranza dei mass media e solo ora in tempi di crisi economica e sociale galoppante appare una sorpresa ciò che era abbondantemente previsto. Tutto in nome dell’antipolitica scivolata nel frattempo in visione antieconomica o antifinanziaria di chi, come il comico genovese, “spiega” che non ci sarebbe nulla di male a non pagare più il debito pubblico italiano. Ma la differenza sostanziale tra l’antipolitica di Monti e quella di Grillo è che l’attuale governo rappresenta un’invasione di campo elitaria ( e perciò di destra, secondo i vecchi canoni?) diretta a correggere i difetti di una democrazia incapace di decidere mentre il movimento dei “grillini” parte da una base popolare di protesta ( e perciò di sinistra?) ancora più giustizialista e insofferente di quella rappresentata finora dai seguaci di Di Pietro. I due movimenti, l’uno calato dall’alto e l’altro espresso dal basso, sono così destinati più a scontrarsi che a incontrarsi nonostante la comune matrice antipolitica. In mezzo ci sono i partiti della “seconda Repubblica” che arrancano tra rimborsi elettorali spropositati e tentativi di riaccreditarsi come indispensabile tramite con le istituzioni. E’ questa una situazione paradossale che segnala una crisi dell’intero sistema politico al di là di quello che potrà succedere di qui ad un anno con nuove elezioni generali.

In quella che sta diventando la tragicommedia italiana si potrebbe pure pensare ad un contraltare mediatico a Beppe Grillo nella persona del ( vero) comico Roberto Benigni, che – non si sa mai nell’Italia di oggi- potrebbe anch’egli essere trascinato in lizza per pareggiare i conti se non fosse che il declino congiunto di Lega e PDL conferisce meno fascino ai suoi strali anticonformisti diretti ad un’opinione pubblica disincantata che fa di tutta l’erba un fascio, tentata com’è dall’astensione protestataria che ormai riguarda più della metà della popolazione italiana al di là degli steccati di destra e sinistra. La realtà è che dopo le ideologie stanno via via cadendo tutti i totem sostitutivi, dal berlusconismo al leghismo ed a un’Italia tartassata non resta altro che affidarsi alle ricette magiche di Grillo o a quelle dell’ex Ministro Di Pietro che contesta il governo Monti qualunque cosa faccia contando di raccogliere i frutti del suo eventuale fallimento. Ma se fallisce Monti non rischia di fallire l’Italia intera con le sue vecchie nomenclature inadatte a reggere il confronto con l’Europa? Per aggiungere confusione a confusione non poteva mancare l’opposizione protestataria della sinistra alla Niki Vendola che fa una battaglia di retroguardia anti-tecnici in nome di una rediviva lotta di classe come se possedesse solo lui l’unica chiave di lettura di una crisi che è mondiale e non solo italiana. Tutto o molto cambierà in Italia e in Europa, ma non si può certo tornare alle suggestioni ideologiche del primo quarantennio della nostra storia repubblicana – quelle che, non dimentichiamolo, solo da noi sono sconfinate nella lotta armata e nel terrorismo - e neppure a quella che sembra già la preistoria delle illusioni fallite del “governo del fare” di marca berlusconiana. A conti fatti è come se fossero state sempre finora in campo due Italie parallele, la prima di superficie ( che solo ora chiamiamo casta) intenta a dividersi la torta della lotta politica con sempre nuovi commensali su questioni nominali e di facciata o pseudo ideologiche, la seconda, quella vera che ora identifichiamo per ragioni di comodo con l’etichetta di “corporativa” ( ma sarebbe meglio chiamarla di tendenza anarchica) intenta quanto più possibile a profittare dello sviluppo economico per ritagliarsi posizioni di privilegio a danno degli altri. Ma questo gioco degli specchi ha fatto il suo tempo – le vicende della Lega ex dura e pura sono esemplari in proposito- quando la crisi economica e l’assenza di fondi pubblici da distribuire pone tutti noi alle prese con un impoverimento generalizzato che sarà sempre più difficile rendere equo ed accettabile.

La vicenda grottesca del finanziamento pubblico ai partiti è evidentemente solo la punta dell’iceberg di contraddizioni ben più vaste che riguardano il funzionamento dell’intero sistema democratico che ci siamo dati, tanto che verrebbe la voglia di riscrivere la Costituzione del ’48 non fosse altro che per farla meglio applicare in disposizioni mai osservate come quelle che reclamano una selezione democratica all’interno dei partiti. Ma chi in tempi di antipolitica avrà mai il coraggio di spiegare che la politica vera potrà ritornare alla ribalta in maniera credibile, al di là dei Grillo e dello stesso Mario Monti, solo partendo dalla riscrittura delle regole fondamentali del nostro vivere in comunità, ora più che mai con un’Italia smarrita che non sa quali altre prove dovrà affrontare senza mettere a repentaglio la sua coesione sociale?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario