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Le attuali posizioni del presidente della Camera

Il “Gianfranco” di ieri e di oggi

A lui il merito di aver ridato voce e ruolo a tesi e comportamenti desueti

di Enrico Cisnetto - 21 maggio 2009

Francamente, non capisco perché l’azione politica di Gianfranco Fini debba essere misurata col metro della coerenza storica. Tanto più se a fare questo inutile esercizio sono proprio coloro che a suo tempo hanno chiesto a Fini di superare le sue antiche provenienze e che da Fiuggi in poi hanno speso parole di elogio sulla creazione, con An, della “destra democratica”.

Perché delle due l’una: o si considera insuperabile il “peccato originale”, e allora avremmo dovuto sentire una levata di fischi anche quando è stato nominato ministro degli Esteri e ancor più quando è stato eletto presidente della Camera; oppure ci si compiace della sua evoluzione politica, e allora si potrà essere d’accordo o meno con quanto oggi va dicendo sui vari temi dell’attualità politica, ma occorre smetterla con la continua evocazione di vecchie posizioni assunte da Fini su questi stessi temi, necessariamente diverse dalle attuali.

Quelle erano posizioni di un “Fini fa”, le odierne sono quelle di un uomo politico che ha compiuto – e fatto compiere al suo partito, seppure con molte differenze al suo interno – un lungo percorso evolutivo. Una strada che lo ha portato a maturare una coscienza laica – ma non laicista, mi pare – e ad assumere un ruolo di assoluta autonomia pur in un partito (si fa per dire) che invece richiede atti di fede e di asservimento al suo leader.

Niente di speciale, intendiamoci: è laico quanto lo era De Gasperi e un pezzo importante della Dc successiva; è democratico quanto è necessario esserlo in una democrazia matura; è libero come dovrebbe esserlo tutti coloro che concepiscono l’agire politico – e ancor più la rappresentanza parlamentare – come espressione del pluralismo delle idee e dei valori. Il fatto è che queste condizioni, che dovrebbero essere “normali”, tali non sono, e così quando vengono incarnate –tanto più se autorevolmente – rischiano di apparire come “particolari”.

E’ il basso livello di laicità dello Stato, è la cattiva interpretazione del senso della democrazia e soprattutto della libertà di opinione, è la scarsa abitudine e propensione al confronto dialettico – a favore della contrapposizione preconcetta – che fanno sembrare le attuali posizioni di Fini eterogenee senza addirittura eterodosse. Ma questo non è colpa di Fini. Semmai lui ha il merito di aver ridato voce e ruolo a tesi e comportamenti ormai desueti. E pazienza se nel passato la pensava diversamente.

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