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Bene l'avallo di Tremonti alla soluzione tedesca

Il futuro è la Grosse Koalition

Contro il declino una legge che premii più la convergenza che la concorrenza elettorale

di Enrico Cisnetto - 08 novembre 2005

Grosse Koalition? Sì, grazie. Fa piacere che la proposta lanciata da Società Aperta per un dopo-elezioni che sarà politicamente complicato – con la coalizione perdente che non reggerà all’urto della sconfitta e quella vincente che faticherà a governare – venga raccolta non solo dai “marginali” (Tabacci, De Michelis) ma anche da un “potere forte” come il ministro Tremonti. Certo la reazione, a sinistra, fa un po’ cascare le braccia, perchè giudica l’idea di una Grande Coalizione come un espediente di chi pensa di perdere (la Cdl) e altrettanto tatticamente reagisce, pensando di avere la vittoria in tasca (vedi le reazione al risultato di Bolzano).

Ma i riformisti farebbero bene a ragionare di più e meglio sul “caso tedesco” se vogliono evitare che la crisi italiana – il declino economico e il fallimento del sistema politico – si trasformi in tragedia. Partiamo dal presupposto che il “pareggio” tedesco – per nulla casuale – che ha portato al governo Merkel di Grosse Koalition, come pure il no francese e olandese al trattato costituzionale Ue, segnalano che le opinioni pubbliche continentali avvertono i pericoli di una marginalizzazione dell’Europa, che non può più essere il luogo dove si produce – visto che i paesi emergenti sono in grado di farlo a costi imbattibili – ma fatica a contendere agli Stati Uniti il ruolo di chi genera e gestisce il valore aggiunto della conoscenza. Insomma, c’è un asse Usa-Asia intorno a cui si sta sviluppando il mondo, e i cittadini europei sono estremamente preoccupati di non poter più vivere nella stessa condizione di benessere e di sicurezza sociale e civile raggiunta dal dopoguerra ad oggi. Se a questo aggiungiamo che i disordini francesi – destinati inevitabilmente a divampare – aggiungono benzina sul fuoco di un continente che fatica a darsi un progetto condiviso, si capisce come la partita sia maledettamente complicata.

L’Europa può e deve essere il luogo della qualità, ma questo significa individuare un nuovo modello di sviluppo, cambiare i connotati del suo capitalismo, trasformare i sistemi di welfare. Si tratta di scelte epocali che, soprattutto nel breve termine, comportano prezzi salati da pagare: farle è difficile, non farle è esiziale. Soprattutto, occorre un alto tasso di consenso, senza il quale le spinte conservatrici e corporative – quelle degli interessi e dei diritti acquisiti – finiscono col prevalere. Di conseguenza, occorre dotarsi di meccanismi di voto che premino più la convergenza che la concorrenza elettorale, e di sistemi politici che realizzino il più alto tasso di omogeneità possibile. In questo quadro, la Grosse Koalition pone esplicitamente il tema della fine del bipolarismo: se le scelte sono difficili e “costano”, occorre condividerle per avere il grado di consenso utile a realizzarle. E se questo è necessario in Germania, dove la cultura politica ha impedito a Schroeder di allearsi con Lafontaine e alla Merkel di farlo con i liberali – perchè entrambi i leader sanno che non basta vincere per governare – figuriamoci quanto sia indispensabile in Italia, dove il bipolarismo all"italiana raccatta tutti, dai comunisti ai fascisti doc, creando coalizioni eterogenee e in perenne contrapposizione “ideologica” tra loro, incapaci di esprimere la ben che minima governabilità. Non solo. Siccome l"Italia è il paese che più soffre le conseguenze della globalizzazione – cioè dove il declino è più strutturale e meno facilmente sormontabile – ecco l"urgenza di una Grande Coalizione.

Si dice: non ci sono le condizioni. Oggi sì, ma domani sarà la forza travolgente dei problemi irrisolti ad imporre un passaggio di unità nazionale. Probabilmente a partire dalla stessa Finanziaria 2007, quando si dovrà fare una manovra superiore a quella da 92 mila miliardi di lire del governo Amato del 1992. Come si vede, quindi, non parlo della Grande Coalizione come conseguenza del risultato elettorale – il pareggio che deriverebbe dalla Camera a maggioranza di centro-sinistra e dal Senato ad appannaggio del centro-destra – ma delle condizioni politiche di impasse che deriveranno dal voto. Semmai, la domanda da farsi in questo momento è se la riforma elettorale già approvata dalla Camera aiuta questo processo politico. E qui la risposta è duplice: da un lato sì, perché pensionare il Mattarellum è premessa indispensabile per chiudere definitivamente l’esperienza ingloriosa della Seconda Repubblica; dall’altro no, perchè per sostituirlo non si è scelto né un sano proporzionale (sbarramento al 5% e sfiducia costruttiva) né un compiuto maggioritario (doppio turno), ma un ibrido che non mette per nulla in discussione il “bipolarismo bastardo” fin qui realizzato. Anzi, certifica la frantumazione partitica prodotta dal maggioritario all’italiana, consolida lo scandalo dell’accentramento nelle mani delle oligarchie della scelta dei parlamentari, mixa inopportunamente sbarramento e premio di maggioranza, accentua con l’indicazione del premier l’opzione presidenziale del sistema senza dargliene interamente le caratteristiche, spinge la connotazione plebiscitaria consentendo la presentazione dello stesso candidato in tutte le circoscrizioni. D’altra parte, che questa riforma rischi di essere un’occasione persa, lo dimostra il fatto che non genera una terza forza in vista del 9 aprile 2006. Si dice: il proporzionale verrà buono dopo, quando la coalizione perdente non reggerà all’urto della sconfitta e quella vincente non ce la farà a governare. Può darsi, ma non è un gran vantaggio visto che la disintegrazione del sistema avverrà comunque, e che la creazione di un’offerta politica capace di raccogliere alle prossime elezioni la crescente domanda di chi non vuole più stare “né con Prodi, né con Berlusconi” accorcerebbe i tempi di una transizione che dura da tredici anni. La verità è che siamo all’agonia finale della Seconda Repubblica, ma la Terza è ancora tutta da costruire.

Pubblicato sul Riformista dell’8 novembre 2005

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario