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Una gigantesca questione morale

Il furto legalizzato degli stipendi d’oro

Manager, politici, anziani giornalisti. Tutti pagati profumatamente dai contribuenti

di Livio Ghersi - 19 maggio 2008

L’Eurogruppo è l’insieme dei ministri dell’economia e delle finanze degli Stati membri dell’Unione Europea che hanno adottato l’euro come moneta. L’attuale presidente dell’Eurogruppo è Jean-Claude Juncker, uomo politico cristiano-sociale, che è al governo in Lussemburgo. Nel "Corriere della Sera" (17 maggio 2008, pag. 36), Piero Ostellino riporta tra virgolette una dichiarazione resa da Juncker, in una delle ultime riunioni dell’Eurogruppo: «Quando i redditi dei cittadini sono falcidiati dall’inflazione servono strumenti finanziari contro eccessi eticamente inaccettabili». Juncker parla del trattamento economico dei manager. Ci si aspetterebbe, da parte del commentatore italiano, apprezzamento del giudizio espresso dal presidente dell’Eurogruppo. Invece, in nome della cultura liberale e del libero mercato, Ostellino difende gli «stipendi d’oro». Juncker sbaglierebbe e, con lui, il neo-ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti. Secondo Ostellino, «puzza lontano un miglio di populismo» il mettere in discussione contratti «liberamente sottoscritti dalle parti (azionisti e manager)» che fissano gli emolumenti dei dirigenti di aziende private.

Nel 1973 l’economista canadese, poi cittadino degli Stati Uniti, John Kenneth Galbraith (1908-2006) dedicò una delle sue tante opere divulgative, apprezzate dal pubblico, all’argomento "Economics and The Public Purpose" (traduzione italiana "L’economia e l’interesse pubblico", Mondadori, 1974). Galbraith spiegava allora al vasto pubblico come funzionano le grandi imprese, le "corporations", nei Paesi ad economia capitalistica. La proprietà (gli azionisti) conta ben poco, tanto più se facciamo riferimento alla pluralità dei piccoli azionisti. Il potere reale è esercitato dalla "tecnostruttura". Così definita dallo stesso Galbraith: «Coll’andare del tempo, l’intelligenza che finisce per guidare l’azienda imprenditoriale non è più un individuo singolo ma un complesso di scienziati, di ingegneri e di tecnici; di esperti in vendite, pubblicità e marketing; di tecnici delle relazioni pubbliche, di lobbisti, di avvocati e di uomini che conoscono bene la burocrazia statale e sanno come manipolarla; nonché di coordinatori, amministratori e dirigenti. E’ la cosiddetta tecnostruttura. E’ la tecnostruttura che ha il potere …» (op. cit., pag. 104). Questa analisi, ripeto, è contenuta in un’opera divulgativa risalente a trentacinque anni fa, anche se tuttora attualissima.

Nelle grandi corporations (quelle che noi definiamo "multinazionali") i dirigenti, cioè gli effettivi detentori del potere, accordano a sé stessi trattamenti economici (inclusi benefits di varia natura) di cui il cittadino comune nemmeno riesce più a comprendere l’entità (perché, oltre un certo importo, si fa fatica a stare dietro agli zeri). Lo stesso avviene in Italia in aziende che non sono veramente private, perché prima facevano parte del settore pubblico e ora non si sa bene quale natura abbiano, dopo avventurosi processi di privatizzazione che non hanno impedito e non impediscono continui interscambi di favori con i titolari del potere politico. Vogliono i populisti negare adeguati trattamenti economici ai top-manager del settore bancario e finanziario? Già ma quei trattamenti economici sono pagati attingendo al risparmio dei cittadini, quel risparmio che la Repubblica dovrebbe "incoraggiare e tutelare" (articolo 47 della Costituzione) e che un economista liberale come Luigi Einaudi considerava cosa quasi sacra (infatti, un tempo, "risparmiatore" era sinonimo di virtuoso). Vogliono i populisti negare adeguati trattamenti economici agli amministratori delegati ed ai top manager di aziende come l’Alitalia, o le Ferrovie dello Stato, o la Telecom? Già ma quei trattamenti, incluse le liquidazioni finali, sono corrisposti a prescindere dai risultati. O meglio, forse sono riferiti a "risultati", che però non corrispondono mai a quanto i cittadini si aspetterebbero: una gestione efficiente, a servizio degli utenti. Vogliono i populisti negare adeguati trattamenti economici ai giornalisti anziani del "Corriere della Sera", il più prestigioso e diffuso giornale italiano? Già, ma visto che Ostellino parla di contratti liberamente sottoscritti dagli azionisti, ogni tanto bisognerebbe pure ricordarsi della curiosa situazione proprietaria del medesimo "Corriere della Sera", che, peraltro, come tutti i quotidiani, ma in quantità maggiore per la sua tiratura, percepisce pure una non trascurabile dotazione annua di fondi pubblici a sostegno dell’editoria.

C’è un problema ancora più serio: quello del trattamento economico dei titolari di funzioni pubbliche elettive, facenti parte di organi costituzionali dotati di potere di auto-organizzazione interna costituzionalmente garantito (Camera dei Deputati, Senato della Repubblica). Non si discute soltanto dell’indennità parlamentare, di quella di funzione, di voci aggiuntive riconosciute a vario titolo. Si dovrebbe discutere, ad esempio, del perché Camera e Senato acquistino o affittino un numero crescente di immobili nel centro storico di Roma da destinare alle esigenze dei parlamentari. Naturalmente, i locali devono essere sempre adeguati al prestigio dell’Istituzione di cui si fa parte. Si dovrebbe discutere dei trattamenti di missione dei parlamentari. Naturalmente, sempre per ragioni di prestigio, devono alloggiare in alberghi di lusso e frequentare i migliori ristoranti. Si dovrebbe discutere del trattamento pensionistico dei parlamentari. Si dovrebbe discutere dell’irrazionalità del fatto che quando un politico lascia una assemblea elettiva, magari dopo mezza legislatura, magari perché eletto in altra assemblea elettiva, gli debba comunque essere corrisposta una liquidazione (generosa) commisurata ai mandati espletati nell’Istituzione rappresentativa che lascia.

Chi paga? Gli oneri sono a carico della fiscalità generale; tradotto: pagano tutti i contribuenti. Tanto spreco diventa più stridente se si considera che il ruolo del Parlamento è sempre più svilito, perché le leggi elettorali vigenti subordinano le assemblee elettive al Governo, cui viene garantita una maggioranza numerica, e perché i singoli parlamentari non sono effettivamente scelti dagli elettori ma designati dai vertici dei partiti. Forse l’opulenza ed il denaro servono ad addormentare le coscienze di parlamentari che, altrimenti, potrebbero soffrire una condizione che risolve il loro ruolo nello schiacciare il pulsante giusto in occasione delle votazioni. In materia di spese deliberate dalle Camere, le leggi non possono intervenire perché c’è una riserva di regolamento parlamentare. I giudici, ordinari, amministrativi e contabili, non possono intervenire e quando la Corte dei Conti compie qualche timido passo si grida al golpe.

Io sono un convinto assertore dello Stato di diritto. Mi viene da ridere perché quando i nostri politici parlano di "Stato di diritto" lo fanno quasi sempre per sostenere esigenze di garantismo, più o meno peloso: la presunzione di innocenza (articolo 27, comma 2, della Costituzione), i tre gradi di giudizio, eccetera. Invero, il concetto di Stato di diritto è ben più complesso: indica un ordinamento improntato al principio secondo cui governano le leggi, non gli uomini: nessuno, qualunque sia la carica ricoperta, è svincolato dal rispetto delle leggi e, in primo luogo, dal rispetto della Costituzione (la legge delle leggi). Nell’Italia odierna c’è una macroscopica, gigantesca, lacuna dello Stato di diritto: i tradizionali istituti di garanzia delle assemblee parlamentari e dei singoli eletti hanno finito per determinare un regime di completa irresponsabilità dei decisori politici in ordine alle spese di funzionamento delle Istituzioni rappresentative, sia con riferimento alle risorse, direttamente o indirettamente, destinate al finanziamento della attività politica, sia per quanto concerne i privilegi inerenti allo "status" di parlamentare.

L’irresponsabilità di spesa dei decisori politici riguarda anche gli stipendi d’oro delle burocrazie di supporto dei due Rami del Parlamento e degli altri Organi costituzionali. Perché un semplice commesso (pardon, "assistente parlamentare") arriva a percepire trattamenti economici che, in relazione alle funzioni disimpegnate, non hanno giustificazione in una logica di mercato? Perché quanti lavorano a stretto contatto con il ceto politico vengono pagati profumatamente? Si tratta di una logica di scambio: ti pago in modo esagerato, ma da parte tua pretendo fedeltà, silenzio e discrezione. Infatti, non sempre i politici si accontentano del loro trattamento privilegiato; ma ogni tanto chiedono qualche cosa di più che, a rigore, non spetterebbe (per fare l’esempio più banale, l’impiego per scopi strettamente privati di un’autovettura di servizio, con relativo autista). Per non parlare di tutti i casi in cui, nel condurre le inevitabili mediazioni parlamentari, i politici vengono fuori al naturale, mostrando lati del proprio carattere che non giovano alla loro immagine pubblica. Ciò spiega perché le burocrazie parlamentari siano strapagate. E la professionalità, la capacità del lavoro? Certamente si richiedono pure questi elementi, ma se dovessero tradursi in attitudine critica, allora molto meglio premiare una mediocrità silenziosa e fedele.

Né il discorso si chiude a Roma; ma si ripropone in ogni Regione (ogni Consiglio regionale tende ad atteggiarsi come un piccolo Parlamento). In particolare andrebbe attentamente studiata l’esperienza storica delle Regioni ad autonomia differenziata; qui già si trova tutto quello che c’è da sapere sul fenomeno della irresponsabilità di spesa dei decisori politici. Nella lingua tedesca, che spesso ci soccorre, c’e l’espressione "legalisierter Raub": rapina legalizzata. Gli stipendi d’oro sono sempre legali. Il loro fondamento va ricercato in delibere sempre formalmente ineccepibili; cosicché, chi si avventurasse a criticarle si esporrebbe pure a possibili querele, con puntuali richieste di risarcimento dei danni morali e d’immagine (per il cittadino senza potere, il danno e la beffa, insieme). Scrive Ostellino: «quand’è che un emolumento diventa "eticamente" inaccettabile? E chi lo decide?». Penso, invece, che l’etica abbia una sua ragion d’essere per favorire la coesione sociale. E l’etica comanda di impiegare per fini di reale utilità sociale il denaro che viene prelevato dai contribuenti. Affinché i cittadini possano verificare che quanto versano in imposte e tasse sia utilizzato per fini di utilità generale, occorre garantire massima trasparenza sulla spesa pubblica, a partire da quella diretta al finanziamento delle Istituzioni rappresentative. Penso che i titolari di cariche pubbliche abbiano più responsabilità degli altri e siano tenuti a dare il buon esempio, non il cattivo esempio.

Una piccola notazione finale: nella sua rubrica, "Il dubbio", Ostellino dà lezioni di liberalismo. Sommessamente gli faccio notare lui non è l’interprete autentico del "liberalismo", ma soltanto un rappresentante di una particolare versione del liberalismo. Che non si risolve nella tradizione dell’empirismo anglosassone. Così, per testimoniare le esigenze di sobrietà e di buona amministrazione, Ostellino ama ricordare il Presidente Einaudi, che divideva la sua pera nei pranzi al Quirinale. Lo cita perché Einaudi era un empirista. Ma nella tradizione italiana ci sono tante altre importanti testimonianze di politici che hanno saputo conugare l’idea liberale con una forte attenzione all’etica pubblica. Penso, soprattutto, ai politici della "Destra storica" (Quintino Sella, Silvio Spaventa, eccetera). Quelli non vanno bene perché erano «liberali etici», direbbe Ostellino. Appunto mi piacciono. E quei liberali "etici" certamente si sarebbero accorti della gigantesca questione morale che oggi si pone in Italia, e di cui gli stipendi d’oro sono un epifenomeno. La questione morale non è un’invenzione dei "giustizialisti", ma dovrebbe preoccupare tutti coloro che sono animati da un genuino spirito di "patriottismo repubblicano". Sarebbe bene che quanti si compiacciono di aver contrastato in un recente passato i sindacati che teorizzavano il salario come «variabile indipendente», cominciassero a pensare che pure gli stipendi d’oro non possono essere una variabile indipendente, sganciata dalle dinamiche reali dell’economia.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario