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Cittadini espropriati di un diritto

Il frutto della pessima politica

Class action: l’intento è più che valido, ma il risultato no

di Davide Giacalone - 19 novembre 2007

Ecco un frutto della pessima politica: la class action, la possibilità d’intentare cause civili collettive, è cosa seria e buona, quella passata al Senato, con un emendamento alla legge finanziaria, è una schifezza. Lasciamo perdere la sede inappropriata, la discussione sincopata, l’insalsicciamento cui il Quirinale s’oppone solo a chiacchiere, e lasciamo perdere anche le lacrime di Antonione, dovute all’errore in uno scontro fra soldatini non ragionanti. Quella roba è una schifezza nel merito, per quel che c’è scritto. Il primo obbrobrio è che le cause possano essere intentate solo dalle associazioni dei consumatori riconosciute dal ministero, il che equivale a dire che i cittadini sono espropriati di un diritto. Nell’Italia delle corporazioni e delle camarille ci mancavano solo i monopolisti dell’azione giudiziaria. Che, proprio in quanto tali, saranno presto letti, sia quando agiscono che quando si rifiutano, come dei ricattatori. Non ci bastavano i sindacati non rappresentativi dei lavoratori, adesso abbiamo anche le associazioni non rappresentative dei consumatori. Al contrario, invece, le azioni collettive devono potere essere attivate da qualsiasi gruppo di cittadini, anche se non munito di burocrazia politicizzata.

Aperta la causa si finisce nel pantano della giustizia civile. Più che un buon avvocato occorre il gerovital, se si vuol vedere la fine. I tempi sono talmente barbari che, oramai, fa causa chi ha torto, in modo da non pagare per anni. Per deflazionare la superfetazione sarebbe necessario contestare le liti temerarie, le cause campate per aria. Cosa ancora più necessaria con le azioni collettive, dove questo o quel soggetto potrebbe essere a caccia di pubblicità. Ma di ciò non si parla, facendo cadere ogni novità nella brodaglia ribollita di un processo stracotto. Come Carosone rideva del bullo che vo’ fa’ l’america’, qui si vorrebbero azioni collettive senza avvocati pagati a percentuale e solo in caso di successo, il che riporta alla corporativizzazione dei soggetti abilitati. Negli Usa le cose funzionano perché l’interesse del cittadino si lega a quello del suo difensore, qui, invece, si coalizzano due corporazioni e vanno a trattare con l’industria. Succederà il peggio, se non si provvederà a cancellare quest’orrenda presa per le chiappe.

Pubblicato su Libero di domenica 18 novembre

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario